Pechino, 2 febbraio 2026 – Il Giappone ha lanciato una missione senza precedenti nelle profondità del Pacifico: estrarre terre rare a più di seimila metri sotto il livello del mare. Tutto è iniziato il 12 gennaio a Shizuoka, con la partenza della nave da ricerca Chikyu diretta verso l’isola disabitata di Minamitori. L’obiettivo del governo di Tokyo è netto: diminuire la dipendenza dalla Cina per materiali fondamentali all’industria tecnologica e automobilistica.
Una sfida tra politica e tecnologia
La scelta giapponese arriva in un momento di tensioni sempre più forti sui mercati globali delle terre rare. Questi elementi sono essenziali per batterie, smartphone e turbine eoliche, ma più del 60% della produzione mondiale è in mano alla Cina. “Non possiamo restare a guardare”, ha detto il ministro dell’Economia, Ken Saito, durante una conferenza stampa a Tokyo. Il governo ha messo sul piatto ingenti risorse, affidando alla Chikyu – una delle piattaforme di perforazione più all’avanguardia – il compito di testare l’estrazione dal fondo del mare.
La Chikyu punta verso Minamitori
La nave Chikyu è salpata da Shizuoka all’alba del 12 gennaio, con a bordo un team di scienziati e tecnici. La meta è l’isola di Minamitori, a circa 1.900 chilometri a sud-est di Tokyo, in una zona remota del Pacifico. Secondo l’Agenzia giapponese per la scienza e la tecnologia marina (JAMSTEC), lì sotto ci sarebbero sedimenti ricchi di terre rare come ittrio, disprosio e neodimio. “Abbiamo scoperto questi depositi già nel 2018”, racconta il ricercatore Takashi Yamada, “ma solo ora abbiamo la tecnologia per raggiungerli”.
Pressioni estreme e ambiente sotto osservazione
Scendere a queste profondità non è cosa da poco. Gli ingegneri della Chikyu hanno dovuto adattare le attrezzature per resistere a pressioni che superano le 600 atmosfere. A vigilare ci sono anche biologi marini, pronti a valutare l’impatto su questi ecosistemi abissali. “Sappiamo che i rischi ci sono”, ammette il portavoce della JAMSTEC, “ma abbiamo messo in campo protocolli molto severi per limitarli”. Le associazioni ambientaliste, però, restano prudenti. Greenpeace Giappone fa sapere che “gli effetti a lungo termine sull’ambiente marino sono ancora poco chiari”.
La corsa globale alle risorse strategiche
Il progetto giapponese si inserisce in una corsa mondiale alle risorse strategiche. Stati Uniti, Unione Europea e Australia stanno investendo in nuove tecnologie e siti di estrazione per scavalcare la dipendenza da Pechino. Il Giappone, che importa oltre il 90% delle terre rare dalla Cina, punta a una maggiore autonomia. “Non è solo una questione economica”, sottolinea il ministro Saito, “ma anche di sicurezza nazionale”.
Futuro incerto, occhi puntati sull’Asia
Le prime stime del Ministero dell’Economia giapponese dicono che i giacimenti vicino a Minamitori potrebbero coprire il fabbisogno del Paese per decenni. Ma il cammino è ancora lungo: la missione della Chikyu è solo una prova. Nei prossimi mesi si analizzeranno i dati delle perforazioni per capire se il progetto può reggere sul piano economico e ambientale.
Intanto, Pechino tiene d’occhio la situazione. Il Global Times, giornale ufficiale cinese, parla di “interesse per i progressi tecnologici giapponesi” ma invita a collaborare per evitare tensioni sulle materie prime. Gli Stati Uniti invece hanno dato il loro appoggio, definendo l’iniziativa nipponica “un passo importante per diversificare le catene di approvvigionamento”.
Il nuovo capitolo delle terre rare
Solo il tempo dirà se il Giappone riuscirà a cambiare le regole del gioco sul mercato globale delle terre rare. Per ora, la Chikyu resta al largo di Minamitori, tra onde alte e silenzi profondi. Tutti gli occhi, dalla comunità scientifica agli osservatori internazionali, sono puntati su quel pezzo remoto del Pacifico. Qui si gioca una partita che va ben oltre i confini del Giappone.