Il mare in un bicchiere: l’incantevole arte visiva di Giovanna Quaratino tra cinema e teatro

Roma, 16 febbraio 2026 – Giovanna Quaratino, designer di moda, illustratrice e costumista, si racconta in una lunga chiacchierata tra le luci di un pomeriggio romano e il crepuscolo che avvolge i tavolini di un bar. Un incontro senza schemi: niente appunti, nessuna registrazione, solo parole e attenzione. Il giorno dopo, le domande via mail hanno aiutato a restituire quel legame stretto tra vita e lavoro che guida il suo percorso.

L’arte visiva come incontro di linguaggi

Lavoro nell’arte visiva unendo diversi linguaggi, senza mai dividerli davvero”, spiega Quaratino. Il suo cammino si muove tra costumi per cinema e teatro, dove segue tutto il processo creativo: dalla lettura del testo fino al confronto con la regia. Parallelamente, porta avanti il suo brand personale, nato come progetto di ricerca sartoriale. “Ho creato un accessorio senza tempo, con un design unico e registrato”, racconta. A fianco di questo, si dedica a grafica e illustrazione, collaborando con editori e aziende. Il filo che tiene insieme tutto? “Esplorare l’arte visiva nelle sue forme diverse, mantenendo sempre un dialogo aperto tra idee e materia”.

Formazione e lavoro: un legame che non si spezza

La sua storia parte presto: “A 17 anni ero già iscritta a Design ad Ascoli Piceno”, ricorda. Qui ha imparato rigore e attenzione ai materiali. Durante l’università, fare da tutor al relatore di tesi le ha fatto capire il legame tra insegnamento e pratica. Poi il salto a Venezia, allo IUAV, per la laurea magistrale in Arti Visive e Moda. “Un passaggio che mi ha davvero cambiata”. In quegli anni, lavorare con un brand noto ha trasformato subito la teoria in realtà concreta. “Mi sono trovata a gestire responsabilità reali, non solo creative ma anche organizzative”. Per lei, studio e lavoro non sono mai stati separati: “Ho sempre considerato lo studio come un campo da testare immediatamente”.

Teatro e cinema a confronto: il costume che vive

Nel teatro, racconta Quaratino, “si parte sempre dal testo, ma soprattutto dal corpo dell’attore nello spazio”. Il costume non è solo un abito: è relazione con la luce, il movimento, la scena. Si comincia con una lettura attenta del testo e il confronto con la regia; poi si cerca tra immagini, materiali, riferimenti storici o simbolici. Solo dopo si passa al bozzetto e alla realizzazione. “Nel teatro il costume deve vivere, trasformarsi, resistere, accompagnare e spesso amplificare il gesto”.

Nel cinema, invece, cambia tutto: “Il costume viene visto da vicino, spesso in dettaglio, e deve reggere la frammentazione delle riprese”. Ogni scelta deve funzionare anche per pochi secondi o in un’inquadratura ravvicinata. Il cinema è più realistico e tecnico rispetto al teatro, ma offre una profondità psicologica maggiore. “Non ho preferenze tra i due linguaggi”, ammette Quaratino. “Per me conta il contesto umano e creativo: quando si costruiscono rapporti veri di stima e condivisione, sia il teatro che il cinema diventano spazi fertili”.

Dietro le quinte: il lavoro silenzioso del costumista

Quando legge una sceneggiatura, Quaratino non pensa subito a cosa indossa un personaggio. “Mi chiedo come abita il proprio corpo nello spazio: è rigido o fluido? Si protegge o si espone?”, spiega. Da qui emergono materiali, volumi, colori. Il costume racconta dinamiche e ruoli con dettagli minimi: una cucitura, una piega, un tessuto consumato. Tutto nasce dal confronto continuo con la regia e gli altri reparti – scenografia, fotografia – per capire location, palette di colori e atmosfera. “Il costume diventa una seconda pelle narrativa”, dice.

Gli Oscar e l’ispirazione dal grande schermo

Quaratino segue gli Oscar per i migliori costumi quando può. Un film che l’ha colpita? “‘Povere Creature!’ di Yorgos Lanthimos, con i costumi di Holly Waddington”, risponde senza esitazione. “Mi ha colpito l’impatto visivo: volumi, colori e materiali che accompagnano la trasformazione del personaggio”. Non si tratta di ricostruire la realtà alla lettera, ma di creare un mondo a sé. “Sono questi i progetti che mi attraggono: quelli che permettono di ricostruire un tempo, una palette di colori, un linguaggio visivo”.

In fondo – lo dice quasi sottovoce – tutto è arte. O niente lo è. E in quel bicchiere mezzo pieno (o mezzo vuoto), c’è sempre spazio per un nuovo racconto.

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