Il trattato sull’alto mare è legge: sarà davvero sufficiente per salvare il nostro ecosistema?

New York, 19 gennaio 2026 – Dopo più di vent’anni di trattative, il Trattato sull’Alto Mare è finalmente entrato in vigore il 17 gennaio. Un momento storico per la protezione della biodiversità marina in quelle che sono le acque internazionali. È il primo accordo vincolante che mette regole precise per tutelare territori enormi – quasi metà della superficie della Terra – finora senza una vera legge che li difendesse. Un vuoto che, secondo molti esperti, ha lasciato questi ambienti esposti a sfruttamenti incontrollati.

Cosa cambia con il Trattato sull’Alto Mare

Il nuovo accordo internazionale dà strumenti concreti per creare aree marine protette in alto mare e stabilisce regole chiare per l’uso sostenibile delle risorse degli oceani. Non solo. Prevede anche lo sviluppo di competenze e un accesso condiviso alle tecnologie, con sistemi che assicurano una distribuzione equa dei vantaggi derivati dalle scoperte scientifiche. “È un passo avanti fondamentale per arrivare a proteggere il 30% degli oceani entro il 2030”, ha detto un portavoce dell’Onu durante la cerimonia di entrata in vigore, tenutasi a New York alle 10 del mattino.

Alto mare: un patrimonio ancora da scoprire

Quando si parla di alto mare, si intende tutto ciò che va oltre le acque sotto controllo dei singoli Stati. Parliamo di oltre due terzi degli oceani mondiali, una superficie che copre circa il 50% del pianeta. Fino a qualche decennio fa, queste zone erano considerate quasi vuote di vita. Oggi sappiamo invece che ospitano ecosistemi complessi, ancora in gran parte misteriosi. “L’alto mare è uno dei principali serbatoi di biodiversità della Terra”, ricorda la biologa marina Silvia Ricci, “ma resta fragile e minacciato”.

Il cuore degli oceani e le minacce che li mettono a rischio

Gli oceani internazionali giocano un ruolo cruciale nel bilancio climatico globale: assorbono grandi quantità di anidride carbonica, regolano i cicli del carbonio e dell’acqua, e sostengono catene alimentari fondamentali per la pesca mondiale. Secondo dati della Banca Mondiale, il solo immagazzinamento di carbonio vale tra i 74 e i 222 miliardi di dollari all’anno. Eppure queste aree sono sempre più sotto pressione: pesca a strascico, inquinamento da plastica e sostanze chimiche, acidificazione per l’aumento delle temperature e, ultimamente, l’estrazione mineraria dai fondali. “Le minacce sono reali e crescono ogni giorno”, ammette Rebecca Hubbard della High Seas Alliance.

Un cammino lungo vent’anni

Il percorso per arrivare al Trattato sull’Alto Mare è stato lungo. Servivano almeno sessanta ratifiche, traguardo raggiunto solo a settembre scorso. Da mercoledì, per i Paesi firmatari scattano obblighi immediati. Ogni attività che possa avere impatti sull’alto mare – dalla posa di cavi sottomarini alle trivellazioni petrolifere – dovrà essere resa pubblica e valutata dal punto di vista ambientale. Un cambiamento importante, che molti osservatori giudicano necessario, anche se non abbastanza.

Le novità più importanti e i nodi da sciogliere

La vera novità è che ora si possono creare aree marine protette senza bisogno del consenso unanime: basta una maggioranza, evitando così i veti incrociati tra Stati. Il trattato introduce anche il principio di una condivisione equa dei benefici economici derivati da nuove scoperte – come farmaci sviluppati da organismi marini – soprattutto a favore dei paesi in via di sviluppo. Rimangono però dubbi sull’effettiva efficacia delle misure. “La prova del nove sarà come verranno messe in pratica”, spiega Hubbard, “specialmente per quanto riguarda l’estrazione mineraria in acque profonde”.

Le critiche degli esperti

Alcuni Paesi firmatari – tra cui Giappone e Norvegia – hanno già mostrato interesse per le attività di estrazione sui fondali oceanici, alla ricerca di minerali strategici come cobalto e terre rare. Un recente studio ha evidenziato che l’estrazione colpisce più di un terzo degli animali bentonici. Secondo un rapporto della Environmental Justice Foundation del 2024, questa attività non sarebbe nemmeno indispensabile per la transizione energetica: esistono alternative sulla terraferma meno dannose.

La sfida dell’attuazione

Un altro tema caldo riguarda le acque territoriali, dove si concentra la maggior parte della pesca e delle attività umane dannose. “Non possiamo permetterci di trascurare le zone costiere”, avverte Enric Sala, fondatore di Pristine Seas. La prima Conferenza delle Parti del trattato è prevista entro un anno: lì si discuteranno i dettagli operativi e i controlli necessari. Nel frattempo, i Paesi firmatari dovranno portare avanti questi principi anche in altre sedi internazionali dedicate a pesca, navigazione e attività estrattive.

Solo allora – forse – capiremo se il nuovo Trattato sull’Alto Mare sarà davvero in grado di cambiare il destino degli oceani.

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