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Bruxelles, 18 novembre 2025 – In Europa, le donne guadagnano ancora meno degli uomini, con un divario che, secondo i dati diffusi ieri dalla Commissione europea, si traduce in circa un mese e mezzo di stipendio in meno all’anno. Il rapporto, pubblicato il 17 novembre, mostra una realtà che, nonostante le campagne e le direttive dell’Unione, fatica a cambiare. Il tema è tornato al centro del dibattito proprio in occasione della Giornata europea per la parità salariale.

Il divario di genere nei salari: cosa dicono i numeri

Il dossier della Commissione parla chiaro: il gender pay gap nell’Ue è al 13%. In pratica, per ogni euro che guadagna un uomo, una donna ne riceve solo 87 centesimi. Tradotto, significa che – a parità di lavoro e orario – le donne in Europa lavorano “gratis” dall’8 novembre fino a fine anno. “Non possiamo accettare che nel 2025 una donna venga pagata meno solo perché è donna”, ha detto la presidente Ursula von der Leyen in una nota diffusa ieri mattina.

Le cause sono tante: la segregazione sul lavoro (le donne sono più presenti nei settori meno pagati) e le difficoltà ad arrivare ai ruoli di vertice. Ma non solo: le responsabilità familiari pesano ancora soprattutto sulle spalle delle donne, influenzando carriera e stipendio. “Serve un cambiamento culturale, non solo leggi più severe”, ha spiegato Helena Dalli, commissaria europea per l’Uguaglianza.

Paesi e settori: dove il divario è più grande

Il quadro non è uguale ovunque. Germania e Austria hanno i divari più alti, oltre il 18%. In Italia, ufficialmente l’8%, ma secondo l’Istat il dato reale potrebbe essere più alto se si considerano anche il lavoro nero e il part-time forzato. Nei Paesi scandinavi, invece, la differenza è più bassa: in Svezia e Norvegia il gap è sotto il 10%. “Non basta guardare ai numeri ufficiali”, sottolinea Linda Laura Sabbadini, esperta di statistiche sul tema. “Dietro le cifre ci sono donne che rinunciano a lavori meglio pagati per mancanza di servizi o per stereotipi radicati”.

I settori più colpiti? Commercio, servizi alla persona e istruzione, dove le donne sono tante ma gli stipendi bassi. Diverso il discorso per la tecnologia e la finanza, dove però le donne sono ancora poche.

Le mosse dell’Unione europea

Bruxelles ha lanciato diverse iniziative per ridurre il gap. La direttiva sulla trasparenza salariale, entrata in vigore nel 2024, obbliga le aziende con più di 100 dipendenti a pubblicare i dati sulle retribuzioni. L’idea è far emergere le differenze e costringere le imprese a spiegare perché pagano diversamente. “La trasparenza è il primo passo”, ha detto Dalli. “Ma servono anche controlli più stretti e multe per chi non rispetta le regole”.

Non mancano però le resistenze. Alcuni Paesi chiedono più tempo per adeguarsi. Le associazioni dei datori di lavoro temono costi e burocrazia. Eppure, secondo uno studio dell’Università di Oxford citato dalla Commissione, la parità salariale potrebbe far crescere il PIL europeo fino al 3% nei prossimi dieci anni.

Le reazioni: sindacati e società civile in campo

I sindacati hanno accolto bene i dati, ma chiedono interventi più duri. “Non basta la trasparenza: servono sanzioni vere per chi discrimina”, dice Francesca Re David della Cgil. Anche la società civile non resta ferma: ieri pomeriggio a Bruxelles, centinaia di persone si sono radunate davanti al Parlamento europeo con cartelli e slogan come “Parità adesso” e “Stesso lavoro, stesso salario”. Tra loro anche studenti e giovani lavoratrici.

La strada da percorrere

Il percorso verso la parità salariale è ancora lungo. La Commissione ha annunciato nuovi fondi per sostenere l’imprenditoria femminile e programmi di formazione nelle scuole. “Solo così potremo parlare di vera uguaglianza”, ha detto una giovane manifestante sotto la pioggia a Place du Luxembourg. Ma per ora i numeri restano chiari: un mese e mezzo di stipendio in meno ogni anno. Una questione che l’Europa non può più rimandare.

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