Bruxelles, 12 febbraio 2026 – Il progetto europeo che punta a trasformare il Mare del Nord nel più grande serbatoio di energia verde al mondo, sancito con la Hamburg Declaration il 26 gennaio, sta facendo discutere. Dieci Paesi – tra cui Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Islanda, Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi, Norvegia e Regno Unito – hanno firmato un accordo per installare entro il 2050 almeno 100 GW di eolico offshore insieme. Una quantità di energia sufficiente a coprire il fabbisogno di oltre 140 milioni di case. Ma proprio questa corsa verso la transizione energetica mette a rischio le infrastrutture sottomarine europee.
Energia pulita, ma con nuovi rischi nel Mare del Nord
I piani presentati ad Amburgo prevedono investimenti per 9,5 miliardi di euro per far muovere fino a 1.000 miliardi di capitali pubblici e privati. L’obiettivo è creare 90.000 nuovi posti di lavoro e tagliare del 30% i costi di produzione dell’energia nei prossimi 15 anni. Un terzo della capacità totale – circa 100 GW su 300 GW – arriverà da progetti comuni, compresi i parchi eolici “ibridi”, collegati a più Paesi tramite interconnettori multiuso.
Ma questa rete sempre più estesa e intrecciata è anche un punto debole. “Ogni grande impianto energetico apre nuove vie di attacco”, spiega James Bore, esperto di sicurezza sentito da Euronews Green. “Non si tratta solo di vulnerabilità, ma di capire dove si concentrano i rischi”.
Minacce sotto il mare: sabotaggi e attacchi informatici
Le preoccupazioni nascono anche da fatti concreti. Nel 2023, un’indagine delle emittenti pubbliche scandinave ha svelato che la Russia dispone di navi mascherate da pescherecci o unità di ricerca, impegnate a mappare i siti chiave nel Mare del Nord. Secondo l’inchiesta, queste imbarcazioni potrebbero sabotare i parchi eolici offshore e i cavi sottomarini di comunicazione.
“Monitorare costantemente queste infrastrutture è complicato”, riconosce Bore. “Per questo sono obiettivi appetibili per chi vuole danneggiare”. Però, precisa l’esperto, colpire fisicamente questi impianti non è facile e le riparazioni sono ormai ben rodate. “I danni restano limitati e un sistema ben fatto ha abbastanza ridondanze per contenere l’impatto”.
Ma il pericolo non è solo fisico. Con la digitalizzazione crescente degli impianti, cresce anche il rischio di attacchi informatici. “Qui è più probabile un’intrusione digitale che un attacco fisico clamoroso”, aggiunge Bore. “Il risultato più realistico sono interruzioni o cali di servizio, non un collasso totale”.
Sorveglianza subacquea: la sfida della sicurezza europea
Per proteggere queste infrastrutture, alcune aziende europee stanno mettendo a punto nuove tecnologie. La tedesca EUROATLAS sta sviluppando veicoli subacquei autonomi per la sorveglianza e la manutenzione dei fondali. “Una sorveglianza subacquea continua e autonoma sarà presto indispensabile, come il radar per lo spazio aereo”, spiega Verineia Codrean di EUROATLAS.
Ma, secondo Bore, la sorveglianza è solo una parte della soluzione. “La chiave è avere ridondanze, riparare in fretta, reti elettriche divise in settori e un coordinamento stretto tra Paesi. Tutto questo vale più di qualsiasi singola tecnologia”.
Hamburg Declaration: cooperazione e difesa per proteggere le infrastrutture
La stessa Hamburg Declaration mette in chiaro che le tensioni geopolitiche stanno aumentando e serve rafforzare la difesa delle infrastrutture energetiche in mare. Nel documento si chiede un “maggiore coordinamento” tra forze militari, civili e private, potenziamento della cyberdifesa e esercitazioni regolari contro sabotaggi e attacchi informatici.
“La sicurezza energetica è parte della sicurezza nazionale”, sottolinea un portavoce del Dipartimento britannico per la Sicurezza energetica e Net Zero (DESNZ). “Questo accordo ci permette di collaborare con i partner europei per far nascere il più grande serbatoio di energia pulita al mondo”.
Jane Cooper di RenewableUK, che rappresenta quasi 500 aziende del settore, aggiunge: “Stiamo rafforzando la collaborazione sulla sicurezza per proteggere le infrastrutture critiche del Mare del Nord”.
La sfida finale: rendere la transizione davvero sicura
Resta aperto il tema della resilienza. Secondo Bore, le infrastrutture dell’energia verde non sono “particolarmente fragili”. Anzi, “un sistema vario e collegato è più resistente di uno basato sui combustibili fossili, a patto che la sicurezza sia al centro del progetto”.
Solo così – tra investimenti, cooperazione tra Paesi e innovazione tecnologica – il sogno europeo di un Mare del Nord verde potrà diventare una realtà solida e sicura per milioni di persone.