Pescatori di frodo di datteri di mare: un giro d’affari da milioni sotto accusa

Napoli, 18 novembre 2025 – Fino a 10 anni e 10 mesi di carcere: è questa la pena chiesta ieri dal pm Antonio Barba per sei presunti membri di una rete accusata di pesca illegale di datteri di mare lungo la costa tra Castellammare di Stabia e Massa Lubrense. Al centro dell’inchiesta c’è il reato di disastro ambientale, con un danno definito “gravissimo” dagli investigatori, che hanno ricostruito anni di attività illecita in una delle zone più delicate della Campania.

Processo in chiusura: le richieste della Procura

Nel corso della requisitoria, il pm Barba ha chiesto la pena massima – 10 anni e 10 mesi – per il presunto capo dell’organizzazione. Per i raccoglitori la richiesta è di 9 anni e 2 mesi, mentre per un intermediario si punta a 5 anni. “Abbiamo scoperto un sistema ben organizzato, con ruoli precisi e una filiera che arrivava fino alla vendita al dettaglio”, ha detto il magistrato. Le accuse non si fermano al disastro ambientale: ci sono anche associazione per delinquere, ricettazione, danneggiamento aggravato, distruzione di habitat protetto e commercio di sostanze alimentari nocive.

Il caso arriva quasi alla fine, ma fa parte di un’inchiesta più ampia: nel 2021 la Capitaneria di Porto, su impulso della Procura guidata da Nunzio Fragliasso, aveva iscritto ben 130 persone nel registro degli indagati. L’operazione aveva fatto molto rumore, soprattutto per le immagini diffuse: scogliere distrutte, fondali spogliati della loro biodiversità, sacchi pieni di datteri sequestrati.

Danni e sequestri: un ecosistema a rischio

Le indagini hanno confermato che la pesca illegale dei datteri di mare – vietata in Italia dal 1998 – ha causato una vera e propria “devastazione” lungo la costa tra Castellammare e Massa Lubrense. Gli investigatori parlano di “danni irreparabili”, con zone di costa spogliate delle rocce calcaree dove questi molluschi vivono. Nel corso delle operazioni sono stati sequestrati oltre due tonnellate e mezzo di datteri e più di 675 chili di vongole veraci, pescate vicino alla foce del Sarno, in un’area vietata per l’inquinamento.

“Abbiamo trovato molluschi destinati al consumo umano in zone interdette da anni per motivi sanitari”, ha detto un ufficiale della Capitaneria in tribunale. Le vongole sarebbero finite sui banchi dei mercati locali senza alcun controllo, un fatto che ha aggravato la posizione degli imputati, accusati anche di commercio di alimenti potenzialmente pericolosi.

Il processo verso la sentenza

Il primo grado dovrebbe chiudersi entro Natale, secondo fonti giudiziarie. Parallelamente, un altro procedimento con una quindicina di imputati è prossimo alla Cassazione. “È una vicenda simbolo”, ha commentato un avvocato in aula, “perché mette insieme tutela dell’ambiente e sicurezza alimentare”. Le difese annunciano battaglia: alcuni legali sostengono che le prove non bastano a dimostrare l’associazione a delinquere.

Intanto, nei comuni della costa, il dibattito resta acceso. A Sorrento, ieri mattina, alcuni pescatori regolari hanno espresso preoccupazione per l’immagine del settore. “Noi rispettiamo le regole”, ha detto uno davanti al porto. “Chi distrugge il mare fa male a tutti”.

Reazioni e conseguenze sul territorio

La vicenda ha riacceso il confronto sulla protezione delle coste campane. Legambiente denuncia che la pesca illegale ha già compromesso “chilometri di fondali”, con effetti che si faranno sentire per anni sulla fauna marina. “Non è solo un problema di giustizia”, ha sottolineato il presidente regionale dell’associazione, “ma riguarda tutta la comunità”.

Nei prossimi giorni sono attese le ultime arringhe difensive. Solo dopo il tribunale deciderà se accogliere le richieste della Procura o se concedere attenuanti. Per ora resta il quadro di una costa ferita e di un processo che potrebbe segnare una svolta nella lotta ai crimini ambientali nel Golfo di Napoli.

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