Lorient, 10 febbraio 2026 – Gitana 18, il nuovo trimarano volante della classe Ultim, è stato presentato da poco nella base del team a Lorient, in Bretagna. Questo posto, noto a chi vive di vela oceanica, è quasi una “Hollywood” per navigatori: qui si raggruppano i progetti più audaci e visionari della vela d’altura. Eppure, anche in mezzo a tanta innovazione, la nuova creatura della famiglia Rothschild – cento piedi di pura tecnologia e calcolata follia – riesce a sorprendere.
Un laboratorio di idee fuori dal comune
Dietro le porte scorrevoli del capannone Gitana, quasi 2.000 metri quadrati di segreti industriali, il team ha lavorato in silenzio dal 2022. Solo a dicembre la base si è aperta per mostrare Gitana 18: non una barca da record qualsiasi, ma un vero “crogiolo di idee pazze”, come l’ha definita il project manager Sébastien Saison. “Se volessimo solo vincere la prossima Route du Rhum, avremmo scelto la strada più sicura. Ma il futuro non è fatto di piccoli passi”, ha detto Saison. L’obiettivo, fissato da Ariane de Rothschild, oggi al timone del progetto, era chiaro: “Se investiamo in una nuova barca, deve essere qualcosa di davvero rivoluzionario”.
Foil e appendici mai viste prima
Il cuore del progetto sono le appendici: enormi Y-foils e un “skate wing” centrale, chiamato T-board, che dovrebbero far volare la barca sull’oceano anche con appena 10 nodi di vento. “Con la vecchia Gitana servivano almeno 22-24 nodi per prendere il volo”, ha spiegato lo skipper Charles Caudrelier. “Ora potremmo decollare già sotto i 20 nodi”. L’obiettivo dichiarato è volare sempre, senza mai toccare l’acqua, superando una media di 40 nodi e puntando, quando le condizioni lo permettono, a toccare i 55 nodi.
Le nuove forme dei foil derivano direttamente dalle esperienze accumulate con le barche dell’America’s Cup, ma sono state adattate alle regole della classe Ultim. Ogni dettaglio è stato studiato per limitare l’usura delle superfici a velocità estreme: “Sulla vecchia barca, dopo una regata intorno al mondo, i foil erano rovinati per il 70%”, ha ammesso Caudrelier. “Adesso vogliamo mantenere il 100% delle prestazioni fino alla fine”.
Materiali e sensori: la barca che sente il mare
Sotto lo scafo centrale spicca il nuovo T-board in metallo – il team non svela quale – più grande del 30% rispetto al passato e più resistente agli urti. Sulla sua superficie, una sorta di tatuaggio ospita fibre ottiche che controllano in tempo reale le deformazioni: sono solo alcuni dei 500 sensori installati a bordo. “La barca ci dice quando soffre”, ha raccontato il designer Guillaume Verdier.
Il bulbo centrale ospita anche un sistema “pinger” che avverte i mammiferi marini dell’arrivo della barca: un segnale chiaro dell’attenzione verso l’ambiente.
Timoni rivoluzionari e controllo totale
Forse la novità più sorprendente sono i nuovi timoni a U, mai visti prima su una barca oceanica. Non si muovono come quelli tradizionali: ogni asse verticale ha flap mobili che dirigono la barca come le ali di un aereo, mentre una piastra orizzontale controlla l’assetto. “Abbiamo dovuto inventare anche il software per progettarli”, ha spiegato Saison. Nessun test in vasca, nessun modello in scala: solo simulazioni digitali e tanta fiducia.
Caudrelier si mostra ottimista: “Più controllo significa poter spingere di più. Sulla vecchia barca i timoni erano spesso al limite. Ora possiamo osare di più”.
Simulazione e automazione: la barca che pensa da sola
Per gestire una macchina così complessa, il team ha creato un simulatore proprio – evoluto da quello usato da Team New Zealand – dove hanno “navigato” migliaia di ore virtuali negli ultimi tre anni. Anche l’autopilota è stato sviluppato internamente: “Funziona come un timoniere umano”, ha spiegato Caudrelier. “Capisce come si muove la barca, regola l’altezza del volo e anticipa le reazioni”. Il tutto però sempre rispettando i limiti imposti dal regolamento sull’automazione.
Interni chiusi e visibilità studiata nei dettagli
Il pozzetto, completamente chiuso, ricorda alcune soluzioni viste sugli IMOCA più recenti. Gli oblò irregolari sono stati posizionati insieme a Caudrelier per garantire una buona vista sia sulla rotta sia sulle vele: Gitana 18 è la prima Ultim costruita secondo le nuove regole sulla visibilità.
Un progetto fuori scala (anche nei costi)
Il budget resta segreto, ma secondo alcune indiscrezioni si aggira tra i 15 e i 50 milioni di euro. Il team è composto da una trentina di persone, meno di una campagna America’s Cup. Ma qui il vero valore è l’innovazione: “Il tempo per il giro del mondo? Difficile da dire”, ammette Saison. “Con la vecchia barca si potevano fare 35-38 giorni. Se tutto va alla perfezione, forse ora si può scendere a 32-33 giorni”.
In ogni caso, Gitana 18 non nasce solo per vincere trofei: è un laboratorio galleggiante che spinge la vela oceanica verso territori ancora inesplorati. E a Lorient, tra i capannoni della vecchia base sottomarina, c’è già chi scommette che questa barca cambierà ancora una volta le regole del gioco.