Hong Kong, 27 febbraio 2026 – Un nuovo studio internazionale ha messo in luce la presenza di sostanze tossiche legate ai rifiuti elettronici nei tessuti di delfini e focene del Mar Cinese Meridionale, accendendo un campanello d’allarme sull’inquinamento marino e i rischi per la salute umana. La ricerca, pubblicata su Environmental Science & Technology, è la prima a rilevare monomeri a cristalli liquidi (LCM) – elementi fondamentali negli schermi di tv, computer e smartphone – in cetacei come la susa indopacifica (nota anche come delfino bianco cinese) e le neofocene, diffuse lungo le coste asiatiche.
LCM nei cetacei: il mare lancia un segnale d’allarme
Yuhe He, ricercatore della City University di Hong Kong e coautore dello studio, spiega che i LCM sono “sostanze organiche luminose pensate per durare a lungo”. Questa caratteristica li rende perfetti per gli schermi, ma una volta finiti tra i rifiuti elettronici, restano a lungo nell’ambiente. Il team ha analizzato tessuti di delfini e focene raccolti tra il 2009 e il 2023, provenienti da animali spiaggiati o morti accidentalmente. In tutto, sono stati esaminati 62 tipi di monomeri a cristalli liquidi in grasso, muscoli, fegato, reni e cervello.
Le concentrazioni più alte sono state trovate nel tessuto adiposo, ma la vera sorpresa è stata scoprire tracce di LCM anche nel cervello degli animali. “È un segnale serio”, avverte He. “Se queste sostanze riescono a superare la barriera emato-encefalica nei delfini, dobbiamo preoccuparci anche per l’uomo, che può essere esposto tramite pesce contaminato o acqua potabile”.
I rischi per la salute e la catena alimentare
Secondo i ricercatori, la presenza di LCM nel cervello suggerisce che queste sostanze possono interferire con funzioni biologiche cruciali nei cetacei. Sono state riscontrate alterazioni nell’attività genetica, soprattutto nei processi di riparazione del DNA e nella divisione cellulare. Un campanello d’allarme anche per noi: “Gli stessi inquinanti sono stati trovati anche in pesci e invertebrati che formano la dieta di questi mammiferi marini”, spiega He.
La catena alimentare diventa così un canale diretto per far arrivare i rifiuti elettronici non solo ai grandi predatori marini, ma potenzialmente anche sulle nostre tavole. Studi precedenti avevano già evidenziato rischi simili per l’uomo, ma questa ricerca conferma che i LCM si accumulano negli organismi e restano nell’ambiente a lungo.
Rifiuti elettronici: una bomba ambientale ancora senza soluzione
Il problema dei Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche (RAEE) è una delle emergenze ambientali più pressanti nel mondo. Ogni anno si producono circa 62 milioni di tonnellate di RAEE, un numero in crescita spinto dalla cosiddetta “fast tech”: dispositivi sempre più economici e progettati per durare poco, molti dei quali contengono ancora LCM.
Negli ultimi anni alcune aziende hanno iniziato a sostituire i cristalli liquidi con schermi LED, meno dannosi per l’ambiente. Ma, come ricordano gli autori dello studio, il problema resta. “Per ridurre i danni serve allungare la vita dei dispositivi attraverso riparazioni e smaltirli con sistemi di riciclo certificati”, dice He. Prima ancora, però, servirebbero “regole più severe sull’uso di sostanze chimiche pericolose nell’elettronica prima che arrivino sul mercato”.
Un mix pericoloso: i PFAS e l’inquinamento marino
La situazione si complica considerando anche i livelli elevati di PFAS (sostanze per- e polifluoroalchiliche) trovati in delfini e balene delle acque profonde, come mostrato da studi pubblicati su Science of the Total Environment. I PFAS si trovano in prodotti come tessuti antimacchia, pentole antiaderenti e imballaggi alimentari, e impiegano migliaia di anni per degradarsi.
La combinazione di LCM e PFAS è una minaccia crescente per gli ecosistemi marini e, di riflesso, per la salute umana. Gli scienziati lanciano un appello chiaro: “Intervenire subito sulla regolamentazione dei rifiuti elettronici è fondamentale per evitare una futura crisi sanitaria”. Solo così si potrà sperare di fermare un danno che rischia di segnare profondamente gli oceani e la nostra vita quotidiana.