Roma, 21 novembre 2025 – Greenpeace Italia e la Blue Marine Foundation hanno presentato oggi, nella loro sede romana, il nuovo progetto “AMPower”. L’obiettivo? Allargare la superficie di mare protetto in Italia e migliorare la gestione delle aree già tutelate. In campo c’è anche il DISTAV dell’Università di Genova, con l’intento di rafforzare la salvaguardia di habitat marini fragili, come le praterie di Posidonia oceanica e le formazioni di coralligeno. Il tutto grazie a monitoraggi scientifici e a un confronto costante con istituzioni e operatori del settore.
30% di mare protetto entro il 2030: una sfida che non ammette ritardi
L’obiettivo è chiaro e ambizioso: mettere sotto tutela il 30% del mare italiano entro il 2030, rispettando gli impegni internazionali presi dall’Italia. “Non basta creare nuove aree marine protette, bisogna anche gestirle bene e far sì che la protezione sia reale”, ha spiegato Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia, durante la conferenza stampa delle 11.30. Oggi, dicono i dati, solo il 9% delle acque territoriali è formalmente protetto, ma meno del 3% gode di restrizioni concrete.
“AMPower” si propone come un punto di incontro tra le Aree Marine Protette (AMP), le Regioni, il Ministero dell’Ambiente e chi lavora sul mare. “Vogliamo coinvolgere tutti, dai pescatori agli enti locali, perché la tutela sia condivisa e sostenibile”, ha aggiunto Onufrio.
Monitoraggi sul campo per proteggere habitat preziosi
Uno degli strumenti chiave del progetto sarà una serie di monitoraggi scientifici, realizzati insieme al DISTAV dell’Università di Genova. Gli esperti si concentreranno su aree fondamentali per la biodiversità marina, come le praterie di Posidonia – veri “polmoni verdi” del Mediterraneo – e le formazioni di coralligeno, habitat complessi e ricchi di specie protette.
“Valuteremo lo stato di salute degli habitat e l’efficacia delle misure di protezione in corso”, ha detto la professoressa Maria Cristina Gambi, responsabile scientifica del progetto per l’ateneo ligure. I primi monitoraggi sono già partiti nelle scorse settimane in due zone simbolo: l’Argentiera, sulla costa nord-occidentale della Sardegna, e l’Area Marina Protetta di Torre Guaceto, in Puglia. I dati verranno pubblicati a mano a mano sul sito del progetto, in modo che anche i cittadini possano seguirli.
L’importanza di mettere insieme istituzioni e chi vive il mare
Il successo dell’iniziativa, hanno sottolineato i promotori, dipende dal coinvolgimento diretto delle comunità locali e degli operatori che vivono del mare. “Gestire insieme è fondamentale: solo così si può trovare un equilibrio tra conservazione e sviluppo”, ha detto Claudio Mazza, presidente della Blue Marine Foundation Italia. In alcune AMP, come Torre Guaceto, sono già attivi tavoli di confronto tra pescatori artigianali, enti gestori e associazioni ambientaliste.
Il Ministero dell’Ambiente, presente con la direttrice generale per il Mare, Francesca Santoro, ha confermato il sostegno al progetto: “L’Italia deve accelerare sulla tutela del mare, anche per rispondere alle richieste dell’Unione Europea. Progetti come AMPower vanno nella direzione giusta”.
Report aperti e cittadini coinvolti: il mare raccontato in prima persona
I report dei monitoraggi, ha precisato Greenpeace, saranno pubblicati “man mano”, con aggiornamenti puntuali sulle condizioni degli habitat e sulle criticità emerse. La trasparenza è uno dei punti fermi del progetto: “Vogliamo che chiunque possa capire cosa succede davvero nelle nostre acque”, ha ribadito Onufrio.
Nei prossimi mesi sono previsti nuovi sopralluoghi in altre zone marine delicate, dalla Liguria alla Sicilia. Intanto, i risultati raccolti all’Argentiera e a Torre Guaceto saranno al centro di incontri pubblici con cittadini e amministratori locali. Un modo per avvicinare la scienza ai territori e costruire una cultura condivisa di tutela.
“Il mare italiano è una risorsa preziosa ma fragile”, ha concluso Mazza. “Proteggerlo significa assicurare un futuro alle comunità costiere e alla biodiversità che ancora resiste sui nostri fondali”.