Londra, 4 novembre 2025 – Quando si parla di barche a vela che hanno fatto la differenza in mare aperto, il nome Kingfisher/Skandia spunta spesso tra le storie dei grandi navigatori. È stato proprio Will Oxley, navigatore oceanico australiano, a raccontare in un’intervista pubblicata oggi da Yachting World come questa barca abbia segnato un momento decisivo nella sua carriera e, più in generale, nella storia della vela d’altura.
Kingfisher/Skandia, la barca che ha cambiato le regole
La Kingfisher, poi ribattezzata Skandia, è nata nel 2000 dal progetto degli architetti navali Owen Clarke. Fu costruita per la campagna di Ellen MacArthur al Vendée Globe di quell’anno: la giovane velista britannica, appena ventiquattrenne, chiuse al secondo posto, sorprendendo tutti e consacrando la barca tra le più veloci della sua epoca. Dopo quella regata, la barca ha cambiato nome e skipper: tra i suoi timonieri ci sono stati Nick Moloney, Brian Thompson e lo stesso Oxley.
Un’avventura al limite nella Transat Jacques Vabre
Nel 2005, durante la Transat Jacques Vabre, Oxley ha navigato a bordo di Skandia insieme a Brian Thompson. “È stata una delle esperienze più intense e divertenti che abbia mai fatto in mare”, ha raccontato Oxley. “Ricordo che, in doppio con Brian, abbiamo coperto quasi 100 miglia in quattro ore. Su una barca di 18 metri, quella velocità ti fa sentire ogni onda come se fosse una spinta”. La barca aveva ancora il timone a barra – niente ruote – e i due erano legati alle cinghie per non finire fuori dal pozzetto. “L’acqua ci travolgeva, urlavamo per sentirci sopra il vento. Solo noi due, nel mezzo dell’Atlantico”, ha aggiunto.
Numeri e prestazioni che lasciano il segno
La Kingfisher/Skandia misura 18,28 metri (60 piedi) e raggiunge velocità oltre i 30 nodi. Un dato che ancora oggi stupisce, anche chi è abituato alle nuove IMOCA con foil. La barca fu costruita con un budget di circa 50mila sterline – una cifra che oggi sembra quasi ridicola rispetto ai costi delle imbarcazioni oceaniche moderne. A bordo, lo spazio era ridotto all’osso: una o due cuccette e poco altro. “Non era certo una barca comoda”, ha confessato Oxley, “ma quando la portavi al limite ti regalava sensazioni che non ho mai più trovato”.
Un’eredità che va oltre le regate
Dopo il Vendée Globe e la Transat Jacques Vabre, la barca ha continuato a navigare con diversi nomi e skipper. Il suo progetto ha influenzato molte barche successive nella classe IMOCA, sia per le soluzioni tecniche adottate sia per il modo di affrontare le lunghe navigazioni in solitario o in doppio. “Kingfisher/Skandia era avanti rispetto ai tempi”, ha spiegato Oxley. “Ha dimostrato che si può spingere forte anche con equipaggi ridotti e senza rinunciare alla sicurezza”.
Il racconto di chi c’era: “Mai provato niente di simile”
Le parole di Oxley restituiscono il senso di avventura e rischio che si vive su queste barche. “Non dimenticherò mai quella notte nell’Atlantico”, ha confidato il navigatore australiano. “Eravamo stanchi, fradici d’acqua, ma ogni miglio era una sfida nuova. Solo allora capisci perché queste barche restano nel cuore di chi le ha portate”. Oggi la Kingfisher/Skandia è ricordata come una delle imbarcazioni più iconiche della vela oceanica moderna: non solo per i risultati, ma per aver segnato un’epoca in cui uomo e macchina erano davvero al limite.
Passione e coraggio: il segreto della Kingfisher/Skandia
A venticinque anni dal suo varo, la Kingfisher/Skandia resta tra le barche più innovative mai costruite. Non tanto per la tecnologia – ormai superata dalle ultime generazioni – quanto per lo spirito pionieristico che ha saputo incarnare. “Quando salivi a bordo”, ha concluso Oxley, “capivi subito che non era una barca come le altre. E forse questo è il suo vero segreto”.