Il Mediterraneo: un mare di opportunità nel nuovo libro di Notarbartolo di Sciara

Capri, 29 dicembre 2025 – Da generazioni, i pescatori di Capri raccontano una storia che si mescola con il profumo del mare e il fragore delle onde: la leggenda del bue marino, una creatura misteriosa che avrebbe vissuto nelle grotte dell’isola, uscendone di notte per saccheggiare i frutteti. Raccontano che il bue marino si aggirasse tra i campi, rubando fichi e grappoli d’uva, per poi sparire tra gli scogli, lasciando dietro di sé solo tracce umide e qualche foglia calpestata.

Il bue marino: tra mito e memoria popolare

La storia – ancora viva nelle case che si affacciano su Marina Piccola e nei bar di piazza Umberto I – affonda le radici in un tempo in cui realtà e fantasia si confondevano. “Mio nonno diceva che, nelle notti senza luna, si sentiva un rumore strano vicino alla Grotta del Bue Marino”, racconta Antonio Esposito, pescatore di 67 anni. La grotta esiste davvero: si trova poco lontano dai Faraglioni, in una zona della costa battuta dal vento e dalle correnti. Il nome, scritto sulle vecchie mappe nautiche, è sopravvissuto intatto.

Gli anziani dell’isola ricordano ancora le storie ascoltate da bambini. “Si diceva che il bue marino avesse il muso largo e gli occhi grandi”, spiega Maria Romano, ex maestra elementare. “I bambini avevano paura, ma anche curiosità. Qualcuno giurava di aver visto una sagoma scura tuffarsi tra le onde all’alba”.

La foca monaca: il vero protagonista della leggenda

Dietro la leggenda c’è probabilmente un fondo di verità. Gli esperti ritengono che il “bue marino” fosse in realtà la foca monaca (Monachus monachus), un mammifero marino che fino agli anni Cinquanta frequentava le coste del Tirreno. “Le foche monache erano comuni nel Mediterraneo”, ricorda il biologo marino Luigi Ferraro. “Si rifugiavano nelle grotte lungo la costa e arrivavano anche vicino ai paesi”. Oggi la specie è in pericolo critico: secondo l’ultimo rapporto dell’IUCN, ne restano meno di 700 in tutto il bacino.

A Capri, l’ultimo avvistamento certo risale al 1958. Da allora, solo qualche segnalazione sporadica e fotografie sfuocate. Eppure, la memoria della foca monaca è rimasta viva nei nomi dei luoghi e nei racconti della gente. “Il bue marino era un animale schivo, ma la sua presenza segnava la vita dell’isola”, sottolinea Ferraro.

Tra grotte e vigneti: tracce di un antico ospite

La leggenda narra che il bue marino uscisse dalle grotte solo di notte, per non farsi scorgere dagli uomini. Camminava tra i filari di vite e i fichi d’India, lasciando impronte umide sulla terra. “Al mattino trovavamo grappoli sparsi e fichi morsicati”, racconta Giuseppe Lembo, agricoltore caprese. “Nessuno pensava ai topi o ai gabbiani: la colpa era sempre del bue marino”.

La Grotta del Bue Marino è oggi meta di curiosi e turisti. L’ingresso è basso e quasi nascosto tra le rocce. Dentro, l’acqua è fredda e limpida; sulle pareti si vedono ancora i segni di passaggi antichi. Alcuni studiosi pensano che la grotta fosse usata anche dai pescatori come rifugio temporaneo durante le mareggiate.

Il mito che resiste tra storia e turismo

Oggi il bue marino è diventato parte dell’immaginario caprese. Nei negozi del centro si trovano souvenir con la sua sagoma; le guide raccontano la leggenda ai turisti che arrivano da ogni parte del mondo. “Fa parte di noi”, dice il sindaco Marino Lembo. “Anche se la foca monaca non c’è più, il suo ricordo ci lega al mare e alla nostra storia”.

La leggenda sopravvive nelle parole dei pescatori e nei giochi dei bambini sulla spiaggia. Un filo sottile unisce passato e presente, tra realtà e fantasia. E ogni tanto, nelle notti più silenziose, qualcuno giura di sentire un rumore strano venire dalla grotta vicino ai Faraglioni: forse, il bue marino non se n’è mai andato davvero.

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