Genova, 23 gennaio 2026 – James Robinson Taylor, fotografo americano con radici a Norfolk e nel Connecticut, ha raccontato per più di quarant’anni il mondo delle barche d’epoca e la vela nel Mediterraneo. Il suo sguardo unisce memoria, tecnica e passione, restituendo con le immagini la profondità di un patrimonio che rischia di andare perso. Lo abbiamo incontrato in banchina, tra scafi lucidi e vele spiegate, per capire come costruisce una narrazione che va oltre il semplice documento.
Mare e fotografia: un legame che nasce da bambino
“La vela è venuta prima di tutto”, racconta Taylor, ricordando le estati a Castine, nel Maine, dove il padre navigava insieme a figure come Alan Villiers e Irving Johnson. “Le giornate erano tutte per la barca. La macchina fotografica è arrivata dopo”. Per lui è un dettaglio fondamentale: conoscere il soggetto prima di raccontarlo. Prima il mare, poi la fotografia. E quella sequenza guida ancora il suo modo di lavorare.
Negli anni Settanta si sposta sulla costa ovest degli Stati Uniti. Si laurea in Scienze Politiche all’Università dell’Oregon, ma l’Europa lo chiama. “Avevo visitato l’Italia a 18 anni con lo zaino – ricorda – poi a 20 mi ci sono trasferito davvero. Tutto è cominciato a Genova. Ovviamente c’era di mezzo una ragazza”. Una storia che tanti conoscono, ma per lui segna l’inizio di una lunga avventura italiana.
Dalle opere d’arte alle regate
Agli inizi degli anni Ottanta arriva la svolta: Taylor comincia a lavorare come fotografo per i Beni Culturali a Firenze. “Ho sempre amato disegnare e fotografare”, spiega, “quando si è presentata l’occasione di lavorare nelle chiese e nei musei l’ho presa al volo”. Qui incontra Raffaello Bencini, maestro della fotografia d’arte: “Sono stato suo assistente per trent’anni… All’epoca la fotografia era un’arte con i suoi segreti”. Grandi formati, esposizioni lunghe, rigore assoluto: un vero e proprio allenamento per lo sguardo.
Il salto nella fotografia della vela arriva quasi per caso, grazie a Franco Pace. “Quando ho scoperto che qualcuno fotografava le barche a vela, ho pensato: ma è davvero un lavoro?”. Invitato a una regata a Capri, entra nel giro e dal 1989 – con la prima Nioulargue, oggi Les Voiles de Saint-Tropez – parte una stagione intensa. “Vivevo praticamente in un furgone – confessa – scattavo dal gommone, sviluppavo di notte, selezionavo le diapositive per ogni barca e alle sette erano già sui tavoli delle colazioni”. Ritmi duri, complicati ancora di più dall’arrivo dei gemelli nel 1995. “Una follia, ma funzionava”.
Il mare che racconta storie
Le barche d’epoca diventano il cuore del suo lavoro. Da San Pellegrino Cup a Porto Cervo alle Régates Royales di Cannes, passando per l’Argentario Sailing Week, Taylor costruisce un’immagine che va oltre la semplice bellezza. “Non era solo fotografia – dice – era cultura”. Le sue ispirazioni sono tante: N.C. e Andrew Wyeth, Edward Hopper, Ansel Adams. E poi Bert Richner, Franco Pace e la famiglia Beken. Ma la regola è sempre una: “Conta la barca. Il rig deve essere giusto, le vele devono lavorare insieme. Barche, mare e cielo: ci vogliono tutti e tre”.
Per lui superare lo stereotipo della fotografia nautica vuol dire conoscere davvero il soggetto e avere una gran voglia di fare. “Passione e amore, prima di tutto”. Il digitale ha cambiato il mestiere, ma non il suo modo di vedere le cose: “Mantenere il mio sguardo è stata la mia ancora in questo tsunami digitale… Prima consegnavi i negativi e finiva lì. Ora siamo tutti un po’ one-man band”.
Coppa America e la magia del Mediterraneo
Taylor ha vissuto anche l’esperienza della Coppa America in Nuova Zelanda, entrando in un ambiente di altissimo livello tecnico. “Era elettrizzante… mi sono abituato a lavorare in coppia e ho iniziato a giocare con i primi droni”. Ma, tra precisione e tecnologia, ciò che conta davvero torna a galla: “Era divertente, ma alla fine… mi faceva sentire lontano dalla magia di quello che stava succedendo”.
Oggi Taylor resta un indipendente, riconoscibile dal rombo del fuoribordo prima ancora che dalla fotocamera. Un fotografo che non racconta solo le barche, ma la fatica e l’anima della vela: la memoria viva di un patrimonio fragile come il vento. Chi lo incontra in banchina riconosce subito quel mix di ironia e passione – e quell’accento inglese che il tempo non è mai riuscito a cancellare del tutto.