Italia in ritardo sulla ratifica del trattato sull’alto mare: cosa significa per il nostro futuro marittimo

Roma, 19 gennaio 2026 – È entrato in vigore il 17 gennaio il Trattato sull’alto mare, ufficialmente chiamato Agreement on Biodiversity Beyond National Jurisdiction (BBNJ). Un momento storico per la gestione delle immense aree oceaniche che sfuggono alla giurisdizione di qualsiasi Paese. Questo accordo vincola gli Stati che lo hanno ratificato e riguarda quasi metà della superficie terrestre, coprendo il 95% del volume degli oceani, il più grande habitat del nostro pianeta. L’Italia, però, non ha ancora completato il percorso di ratifica, nonostante fosse tra i promotori della coalizione che ha spinto per questo trattato.

Un salto avanti nella gestione degli oceani

Con l’entrata in vigore del Trattato sull’alto mare, la comunità internazionale si dota di uno strumento per mettere sotto tutela la biodiversità nelle acque internazionali e nei fondali marini. Secondo le Nazioni Unite, oggi solo poco più dell’1% dell’alto mare è protetto, nonostante il suo ruolo cruciale per la salute del pianeta e delle popolazioni costiere. L’obiettivo è ambizioso: proteggere il 30% degli oceani entro il 2030, come stabilito dal Quadro globale per la biodiversità.

Il Segretario Generale dell’ONU, António Guterres, ha definito il trattato una “risposta a una lacuna critica nella governance” per assicurare mari più resilienti e produttivi per tutti. Molti osservatori sperano che questo possa spingere finalmente a misure concrete per difendere gli ecosistemi marini.

Le novità che cambiano le regole del gioco

Il BBNJ apre la strada alla creazione di aree marine protette in alto mare. Rafforza le regole sulle valutazioni d’impatto ambientale per tutte le attività marine, dalla pesca al trasporto, fino all’estrazione di risorse. Promuove anche la cooperazione scientifica tra Stati. Un tema caldo durante i negoziati è stato quello della condivisione equa dei benefici derivanti dalle risorse genetiche marine.

Kirsten Schuijt, direttrice generale del WWF International, ha commentato: “L’entrata in vigore del trattato è un momento cruciale per i nostri oceani e per tutti noi che dipendiamo da loro. Ora serve che governi e imprese lavorino insieme per farlo funzionare davvero”.

Chi c’è e chi manca all’appello

Finora sono 81 gli Stati o Parti che hanno ratificato il trattato, compresa l’Unione Europea e 16 dei suoi Stati membri. Sono 145 le firme raccolte in tutto. Tra le grandi economie che hanno aderito ci sono Cina, Germania, Giappone, Francia e Brasile. La Cina, secondo l’UNCTAD, nel 2023 ha esportato beni legati all’economia oceanica per quasi 155 miliardi di dollari. Gli Stati Uniti, pur avendo firmato il trattato nel 2023, non lo hanno ancora ratificato e sembra improbabile che lo facciano a breve. L’India ha approvato il testo nel 2024, ma la ratifica è ancora in corso; il Regno Unito ha introdotto leggi nel 2025 ma aspetta il via libera del Parlamento. La Russia, invece, non ha né firmato né ratificato, motivando la scelta con la volontà di salvaguardare gli accordi esistenti e la libertà di navigazione.

L’Italia resta indietro, sale la pressione

Nonostante gli impegni presi a livello internazionale, l’Italia non ha ancora ratificato il trattato. WWF Italia, insieme a Blue Marine Foundation, Client Earth, Greenpeace Italia, LIPU e Mare Vivo, ha scritto una lettera al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e al ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin. Nel testo si avverte che questo ritardo mette a rischio la credibilità del Paese nelle politiche globali di tutela ambientale. “Se il Governo intervenisse subito”, si legge, “dimostrerebbe un impegno concreto e coerente con gli impegni già presi”.

L’Europa in campo ma con qualche ombra

L’Unione Europea si prepara alla prima Conferenza delle Parti (COP), che si terrà entro un anno dall’avvio del trattato. Bruxelles ha già stanziato 40 milioni di euro tramite il Programma Globale per gli Oceani, lanciato a giugno alla terza Conferenza delle Nazioni Unite sull’Oceano. La prima fase del programma offre supporto tecnico ai Paesi in via di sviluppo.

Non mancano però le criticità. Uno studio pubblicato su riviste scientifiche internazionali mette in luce come il trattato si inserisca in un quadro giuridico ancora frammentato e lasci aperte questioni fondamentali, come la definizione stessa di biodiversità marina. Le regole principali tengono in vita gli accordi già esistenti: una scelta che dà stabilità, ma rischia di mantenere la confusione normativa.

Che cosa ci aspetta

L’entrata in vigore del Trattato sull’alto mare segna un passo avanti verso una gestione più efficace degli oceani. Resta però da vedere come si muoveranno i grandi esportatori e se le misure previste verranno davvero messe in pratica. Solo allora – dicono gli esperti – sapremo se questo accordo sarà in grado di invertire la rotta e salvare la biodiversità marina.

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