Latifa Al-Walhazi: la ricerca della verità sui nostri cari scomparsi in mare

L’Associazione tunisina delle madri degli scomparsi, fondata nel 2016, rappresenta un faro di speranza per le famiglie che hanno perso i propri cari nel tentativo di attraversare il Mediterraneo. La presidente Latifa Al-Walhazi, durante una visita a Roma, ha condiviso la drammatica storia di suo fratello Ramzi, scomparso il 1° marzo 2011. Il suo racconto esprime il dolore e la frustrazione di molte famiglie tunisine che attendono risposte dalle autorità.

La tragedia della migrazione nel Mediterraneo

La migrazione attraverso il Mediterraneo centrale è un tema delicato e complesso, con un bilancio tragico. Secondo il portale Missing Migrants dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), dal 2014 ad oggi, almeno 25.459 persone hanno perso la vita o sono scomparse nel tentativo di raggiungere le coste europee. La Tunisia è tra le prime nazionalità di arrivo in Italia, con un significativo incremento degli arrivi via mare, che nel 2024 rappresentano l’11,6% del totale. Tuttavia, la situazione in Tunisia è diventata sempre più critica, aggravata dalle politiche restrittive adottate dal governo italiano guidato da Giorgia Meloni, che ha intensificato i rimpatri e chiuso le frontiere.

  1. Chiusura delle frontiere: Al-Walhazi sottolinea come chiudere le frontiere non significhi fermare le partenze, ma aumentare il rischio di morire in mare.
  2. Motivazioni dei migranti: Molti, come Ramzi, partono per cercare un futuro migliore, spinti dalla mancanza di opportunità.
  3. Truffe e solitudine: Le famiglie si trovano spesso sole, bersaglio di truffe da parte di falsi intermediari.

L’importanza della ricerca della verità

Latifa ricorda il momento in cui ha sentito la voce di Ramzi per l’ultima volta: «Era felice, applaudiva con i suoi compagni di viaggio. Ma da quel momento, è calato il silenzio». Le famiglie, come la sua, si sono trovate sole, senza risposte e spesso bersaglio di truffe. Per questo, la nascita dell’associazione è stata una risposta a questa solitudine. «Raccogliamo storie, inviamo informazioni al ministero degli Esteri tunisino e cerchiamo di scoprire dove siano i nostri cari», spiega Al-Walhazi.

L’associazione ha avviato progetti per facilitare test del DNA, ma la strada è lunga e difficile. La presidente sottolinea l’importanza di ritrovare i corpi: «Vogliamo sapere la verità, anche se è dolorosa. La mancanza di risposte distrugge le famiglie. È fondamentale sapere dove si trova una persona per poter piangere e onorare la sua memoria».

La realtà della gioventù tunisina

In Tunisia, la situazione è critica. Nonostante il governo consideri il paese un “luogo sicuro”, la realtà quotidiana è ben diversa. I giovani, sempre più disillusi, scelgono di partire nonostante i rischi. «Non esiste l’immigrazione illegale; muoversi è un diritto umano», afferma Al-Walhazi. Molti giovani, tra cui professionisti come ingegneri e medici, partono in cerca di opportunità, attratti dai racconti di chi ce l’ha fatta.

Latifa ha anche incontrato organizzazioni in Senegal e Camerun, scoprendo storie devastanti di famiglie che vivono la stessa tragedia. «In Tunisia e Senegal possiamo parlarne, c’è dialogo. In Camerun, invece, è illegale affrontare il tema delle persone scomparse», racconta. Attraverso il suo lavoro, Latifa ha cercato di costruire ponti tra le famiglie, incoraggiandole a condividere le loro storie e a non avere paura di farsi sentire.

La lotta per la giustizia e la dignità continua, mentre le famiglie di Tunisia e oltre rimangono in attesa di un cambiamento che possa garantire loro più sicurezza e diritti. Latifa Al-Walhazi e la sua associazione sono una voce fondamentale in questo percorso, un simbolo della resilienza delle madri e delle famiglie che chiedono di non essere dimenticate nel mare della migrazione.

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