Roma, 5 novembre 2025 – Tredici organizzazioni di ricerca e soccorso attive nel Mediterraneo centrale hanno annunciato oggi la nascita della Justice Fleet, una nuova alleanza che, da questa settimana, ha deciso di sospendere le comunicazioni operative con il Centro congiunto di coordinamento dei soccorsi (JRCC) di Tripoli. La scelta arriva dopo anni di denunce sulle violazioni dei diritti umani da parte della cosiddetta Guardia costiera libica e proprio a ridosso del rinnovo del Memorandum Italia-Libia, l’accordo che regola la collaborazione tra i due Paesi sulla gestione dei flussi migratori.
Justice Fleet, la risposta alle pressioni europee
La Justice Fleet nasce come reazione diretta alle pressioni degli Stati europei sulle Ong, spinti a collaborare con le milizie libiche, accusate da tempo di violenze sistematiche in mare. “Non possiamo più essere complici di un sistema che espone le persone a torture e abusi”, ha detto un portavoce di Sea-Watch, una delle organizzazioni coinvolte. L’alleanza è sostenuta dal Centro europeo per i diritti costituzionali e umani e da Refugees in Libya. Sul sito ufficiale, justice-fleet.org, è pubblicata una raccolta aggiornata delle violenze documentate dalla società civile negli ultimi dieci anni.
JRCC di Tripoli, un nodo critico
Per le Ong, il JRCC di Tripoli non è un’autorità affidabile per coordinare i soccorsi in mare. “Non è attivo 24 ore su 24, non garantisce comunicazioni in più lingue e manca delle strutture necessarie”, spiega SOS Humanity. In pratica, dicono le associazioni, la gestione delle emergenze è spesso confusa e inefficace. La Libia, inoltre, non è riconosciuta come porto sicuro: chi viene intercettato rischia di finire in centri di detenzione dove, secondo molte testimonianze raccolte dalle Nazioni Unite, si consumano violenze, torture e stupri.
Dieci anni di abusi sotto la lente
Nel corso degli anni, la Justice Fleet ha raccolto una vasta documentazione sulle azioni della Guardia costiera libica, armata e addestrata anche con fondi europei, in particolare italiani. Le Nazioni Unite e diversi tribunali europei hanno riconosciuto questi abusi come possibili crimini contro l’umanità. “Abbiamo visto con i nostri occhi cosa succede a chi viene riportato indietro”, racconta un volontario di Mediterranea Saving Humans. Sul sito justice-fleet.org si trovano rapporti, video e testimonianze che ricostruiscono la lunga scia di violenze.
Rischi legali e pressioni sulle Ong
Interrompere i rapporti operativi con Tripoli espone le Ong a rischi concreti: possibili sanzioni, sequestri e confische delle imbarcazioni da parte dello Stato italiano. “Sappiamo bene quali sono le conseguenze, ma non possiamo più accettare compromessi sulla pelle delle persone”, ammette un rappresentante di Sea-Eye. Gli avvocati che seguono il caso sostengono che queste misure violano il diritto internazionale e le convenzioni sul soccorso in mare.
Un caso recente che riapre il dibattito
La decisione della Justice Fleet arriva dopo un episodio che ha riacceso il confronto sulla gestione dei soccorsi: la nave Mediterranea ha sbarcato 92 persone a Porto Empedocle, in Sicilia, nonostante le autorità italiane avessero indicato Livorno, molto più lontano, come porto di destinazione. “Abbiamo scelto la strada più veloce per tutelare salute e dignità dei naufraghi”, hanno spiegato i responsabili della missione. Un gesto che, secondo le Ong, è un atto di responsabilità e rispetto del diritto marittimo.
Difendere i diritti con leggi e parole
La Justice Fleet vuole unire strategie legali, politiche e di comunicazione per proteggere chi fugge dalla Libia e difendere le operazioni di soccorso dai respingimenti illegali e dalla criminalizzazione della solidarietà. Le tredici organizzazioni coinvolte – tra cui Sea-Watch, SOS Humanity, Louise Michel, RESQSHIP, Mission Lifeline – hanno ribadito l’impegno a documentare ogni abuso e a mantenere trasparenza sulle loro attività.
Tutti i materiali raccolti sono disponibili online. “Vogliamo che nessuno possa dire di non sapere cosa succede nel Mediterraneo”, conclude un attivista di Tutti gli Occhi sul Mediterraneo. La sfida si gioca ormai non solo in tribunale, ma anche nel cuore dell’opinione pubblica.