Addis Abeba, 10 febbraio 2026 – L’Etiopia ha lanciato un’accusa pesante contro l’Eritrea: aggressione militare. È un colpo che apre un nuovo capitolo di tensione nel Corno d’Africa. La denuncia è arrivata nel fine settimana con una lettera ufficiale del ministro degli Esteri, Gedion Timothewos. Poco prima, il premier Abiy Ahmed aveva parlato in Parlamento per la prima volta delle “atrocità compiute dai soldati eritrei” durante la guerra civile. Un cambio di rotta netto, che per molti osservatori segna la fine di anni di silenzio e prepara il terreno a una rottura definitiva tra i due Paesi.
Etiopia ed Eritrea: la frattura si apre dopo anni di guerra
Davanti ai deputati, Abiy Ahmed ha spiegato che la crisi non nasce tanto dalla questione dello sbocco al mare – tema caldo nelle ultime settimane – ma dalle gravi violenze dell’intervento eritreo nel Tigray. Ha citato le esecuzioni di massa ad Axum, città simbolo della cristianità etiope, e il “saccheggio industriale” nelle fabbriche di Adwa e Adigrat: macchinari e attrezzature smontati e portati via, dicono fonti governative. “Non possiamo più far finta di niente”, ha detto il premier, sottolineando che non si può più cancellare quel che è successo.
Però, molti analisti vedono questa svolta come tardiva e parziale. I rapporti delle Nazioni Unite e delle organizzazioni per i diritti umani hanno documentato crimini di guerra da tutte le parti, compresi esercito federale etiope e milizie alleate. Ammettere ora solo le colpe eritree – spiegano fonti diplomatiche ad Addis Abeba – serve a isolare il presidente Isaias Afwerki sul piano morale e a spostare la battaglia sul terreno internazionale.
Munizioni sequestrate e milizie sempre più protagoniste
Non è solo questione di parole. Il 14 gennaio, la polizia federale etiope ha fermato a Woldia un camion con 57.000 munizioni. Secondo le autorità, il carico veniva dall’Eritrea ed era destinato alle milizie amhara Fano. Questi gruppi, un tempo alleati del governo, ora si sono messi contro Addis Abeba. La tensione è salita subito alle stelle. Asmara ha respinto le accuse, parlando di “false flag” e accusando Abiy di cercare un pretesto per attaccare il porto eritreo di Assab, a soli 75 chilometri dal confine.
La situazione nella regione si fa ogni giorno più intricata. L’Eritrea ha stretto legami più stretti con l’Egitto, che a dicembre ha firmato un accordo per rafforzare il porto di Assab. Sono previste navi da guerra egiziane in zona, a poche miglia dal confine etiope. Per Addis Abeba, già in contrasto con Il Cairo sulla gestione delle acque del Nilo, la presenza militare egiziana sul Mar Rosso è un chiaro segnale di minaccia.
Potere esterno e il gioco delle grandi potenze in Africa
Nel mezzo di tutto questo ci sono le mosse delle potenze straniere. Gli Emirati Arabi Uniti appoggiano le ambizioni logistiche dell’Etiopia, mentre la Turchia – grande fornitore di droni per l’esercito di Abiy – ha promesso di proteggere le acque somale dalle mire espansionistiche etiopi. Ankara ha siglato un’intesa con Mogadiscio per la sicurezza marittima, proprio mentre Addis Abeba insiste per un accesso al mare.
Secondo fonti diplomatiche europee a Nairobi, “c’è il rischio che questa disputa tra Etiopia ed Eritrea scateni un conflitto più vasto”. Le rivalità di sempre si mescolano con nuove alleanze militari e interessi economici. Il controllo dei porti sul Mar Rosso è ormai un gioco che coinvolge attori ben oltre il Corno d’Africa.
Negoziati ancora aperti, ma cresce il rischio di scontro
Nonostante la lettera dura di Addis Abeba, il ministro Timothewos ha lasciato una finestra aperta per il dialogo: l’Etiopia si dice disposta a parlare di “affari marittimi” e accesso al porto di Assab, purché venga rispettata la propria sovranità. Ma la transizione dalle parole alle accuse formali di aggressione segna un punto di non ritorno.
Nel frattempo, l’Eritrea ha ordinato la mobilitazione nazionale e l’Etiopia sta spostando truppe verso nord. Cresce il timore che la crisi possa sfuggire di mano. Gli osservatori internazionali avvertono: senza un accordo rapido, quello che oggi è un conflitto portuale potrebbe trasformarsi in una guerra regionale dai contorni imprevedibili. E allora – dicono fonti dell’Unione Africana – “nessuno sarà più in grado di fermare la spirale”.