Roma, 15 giugno 2024 – Nel cuore del Mediterraneo centrale, a bordo della nave Mediterranea di Saving Humans, il team guidato da Iasonas Apostopoulos si prepara alla sua ventitreesima missione. L’obiettivo è sempre lo stesso: trovare e salvare imbarcazioni in difficoltà e raccontare quello che accade in mare. Qui, spiega Apostopoulos, “nel 99% dei casi si tratta di respingimenti da parte delle milizie libiche”. Un’accusa pesante, che punta il dito anche contro la complicità dell’Unione europea.
Mare aperto, tra silenzi e piattaforme fantasma
La giornata comincia presto. La nave lascia alle spalle Lampedusa e punta a sud, verso acque internazionali. Dalla cosiddetta “Monkey Island”, la zona sopra la plancia, il primo turno del Sar Watch (Search and Rescue Watch) scruta l’orizzonte. Ore di nulla, solo qualche piattaforma petrolifera. Poi, alle 14.30, il radar avvisa: c’è qualcosa. Fatima, marittima e pilota del gommone, si fissa al binocolo. Sul mare galleggia un piccolo oggetto azzurro. Il comando cambia rotta.
Avvicinandosi, si vede bene: un barchino di legno, azzurro, senza nessuno a bordo e senza motori. “Nella maggior parte dei casi, questo è segno di un respingimento fatto dalle milizie libiche che pattugliano la zona”, spiega Apostopoulos, che da dieci anni segue queste rotte. “Dopo aver preso i rifugiati, le milizie rubano tutto: borse, soldi e anche i motori delle barche”.
Milizie libiche e ONG, una battaglia senza sosta
Il capo squadra non ha dubbi: le milizie agiscono su commissione. “Sono pagate dall’Unione europea per tenere lontani i migranti dalle coste europee”, dice Apostopoulos. Il risultato è che le barche vengono fermate e le persone rispedite in Libia, dove – come raccontano molte inchieste internazionali – rischiano di finire nelle mani dei trafficanti e degli schiavisti.
Le navi delle ONG sono tra le poche a sorvegliare quest’area. “Vediamo queste violenze ogni giorno”, racconta Apostopoulos. Ecco perché documentare è ormai parte della missione: “Riportare le persone in posti dove subiscono atrocità è una violazione grave del diritto internazionale”.
Non-refoulement: il diritto ignorato
Il diritto internazionale proibisce di respingere chi rischia la vita o la libertà in altri Paesi. È il principio di non-refoulement, sancito da trattati e ribadito dall’ONU. In Libia, le violazioni dei diritti umani sono state più volte accertate dalla Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite.
“La nostra missione non serve solo a salvare vite in mare”, sottolinea Apostopoulos. “Vogliamo anche denunciare e fermare i respingimenti e i crimini finanziati dall’Europa”.
Il memorandum Italia-Libia: la nascita di una guardia costiera controversa
Dal 2017, con il memorandum Italia-Libia firmato dall’allora ministro Marco Minniti, la cosiddetta guardia costiera libica ha ricevuto fondi, addestramento e mezzi dall’Europa. Tommaso Basilici, soccorritore alpino genovese nel Rescue Team di Mediterranea, ricorda bene: “Prima hanno creato la guardia costiera libica, poi hanno stabilito un’area SAR libica”.
Dal 2018 questa zona è riconosciuta ufficialmente dall’IMO (Organizzazione marittima internazionale). Ma per Apostopoulos resta un paradosso: “Un’area di ricerca e soccorso deve avere un porto sicuro dove far sbarcare i sopravvissuti. In Libia non esiste. Come può l’Europa accettare la SAR libica?”.
Memorandum in scadenza, tensioni in aumento
Il prossimo 2 novembre il memorandum si rinnoverà automaticamente per altri tre anni, dopo l’ok della maggioranza del 14 ottobre scorso. Per il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi è “uno strumento fondamentale per continuare la lotta contro i trafficanti di migranti”. Ma chi è in mare ogni giorno sa che non è così semplice.
Sono sessanta gli episodi di violenza contro le navi civili documentati dal 2017 a oggi. Numeri che accendono il dibattito sulle responsabilità politiche europee. E intanto, nel silenzio del Mediterraneo centrale, la Mediterranea continua a navigare. Testimone scomoda di una frontiera aperta solo a chi rischia tutto.