Milano, 29 dicembre 2025 – Confessione e indulgenza: due parole che per molti italiani sembrano quasi fuori moda, tornano però a farsi sentire in questi ultimi giorni dell’anno. Mentre il Giubileo si avvia alla fine e le feste natalizie spingono a guardarsi dentro, a fare un bilancio personale. In Duomo, a Milano, la fila per la comunione scorre veloce, ma davanti ai confessionali c’è poca gente. Eppure, dietro quei gesti antichi, si nasconde ancora qualcosa di unico: il senso della grazia, di ciò che non ti spetta ma arriva lo stesso, sorprendente.
Indulgenza: tra vecchia tradizione e nuovi tempi
Una volta si parlava di “lucrare l’indulgenza”, un’espressione che oggi suona lontana. Anche le parole sono cambiate. La bolla papale del Giubileo di papa Francesco parla di “ottenere” (obtinere nel testo latino), mentre la Penitenzieria Apostolica preferisce “conseguire”. Nel Giubileo del 2000 si usava ancora “acquistare” (acquirere). Non è solo questione di parole: come spiega Bruno Felice Duina, docente di teologia, “il cambiamento del linguaggio riflette una crescita nel modo di capire il dono”. La grazia non si compra, non si guadagna: si riceve.
Questa idea risuona tra i fedeli che in questi giorni scelgono di avvicinarsi al sacramento della riconciliazione. “Mi sento molto italiano – racconta Duina – a fare le cose importanti sempre un po’ all’ultimo”. Un’abitudine comune, soprattutto quando si tratta di gesti che chiedono un coinvolgimento vero.
Il peso della confessione: un passo non scontato
Non è mai facile varcare la soglia del confessionale. Lo ammette anche Gisbert Greshake, teologo tedesco, che nel suo ultimo libro (“Chiesa, dove vai? Guardare al futuro in prospettiva real-utopistica”) osserva: “Per ricevere la comunione non devi fare nulla, mentre per confessarti devi impegnarti”. E questa differenza si vede anche nelle file: per la comunione c’è molta gente, davanti ai confessionali invece spesso c’è silenzio.
Don Alberto, parroco a Bergamo, conferma il trend. “Rispetto a una volta ci si confessa molto meno”, racconta durante un pranzo veloce con amici. Ma aggiunge anche che “la qualità della confessione è cresciuta”. Chi si confessa oggi lo fa con una consapevolezza più profonda, più matura.
Fedeli e preti: un cambiamento che si sente
Non sono cambiati solo i penitenti. Anche i confessori sono diversi. “Rispetto a qualche decennio fa – spiega Duina – oggi i sacerdoti ascoltano di più e giudicano meno”. Un cambiamento che molti collegano al magistero di papa Francesco, che ha più volte invitato i preti a essere “misericordiosi come il Padre”.
Nel Duomo di Milano, sotto le luci di Natale, qualche fedele si avvicina al confessionale con timidezza. C’è chi esce con il volto sereno, chi resta qualche minuto in silenzio. “Non è mai semplice – confida una signora sulla settantina – ma ogni volta mi sento più leggera”.
La grazia: un dono che sorprende
La parola “indulgenza” può sembrare lontana dal nostro parlare quotidiano. Eppure, per chi vive la confessione e il perdono, resta qualcosa di reale. “La grazia è quello che non ti aspetti – spiega Duina – arriva proprio quando meno te lo meriti”. Un regalo che non si può programmare né pretendere.
Il Giubileo che si chiude in questi giorni lascia dietro di sé numeri e cifre – milioni di pellegrini a Roma, centinaia di celebrazioni in tutta Italia – ma soprattutto tante storie personali. Piccoli gesti, come una confessione fatta all’ultimo momento o una parola detta da un sacerdote che sa ascoltare. Segni di una tradizione che cambia, senza perdere il suo senso profondo.
Alla fine, tra le luci di Natale e le porte del Giubileo che si chiudono, resta una domanda: cosa vuol dire davvero ricevere la grazia? Una domanda vecchia come il mondo, che continua a toccare il cuore di credenti e non solo.