Roma, 18 gennaio 2026 – Dopo quasi vent’anni di trattative, è finalmente entrato in vigore il Trattato sull’Alto Mare, firmato da 82 Paesi. L’obiettivo è tutelare oltre il 60% degli oceani mondiali che si trovano oltre ogni giurisdizione nazionale. In questo quadro, il Wwf Italia ha lanciato un appello chiaro al governo: “L’Italia ratifichi subito l’accordo, la credibilità del Paese è in gioco”, si legge nella lettera indirizzata ai ministri Giancarlo Giorgetti e Gilberto Pichetto Fratin.
Un passo decisivo per proteggere l’alto mare
Il nuovo Biodiversity Beyond National Jurisdiction Agreement (BBNJ), conosciuto come Trattato sull’Alto Mare, segna una svolta nella tutela della biodiversità marina. Il testo, che conta 75 articoli, riguarda le acque oltre le 200 miglia nautiche dalla costa – circa 370 chilometri – dove nessuno Stato ha potere diretto. “È un impegno concreto per le generazioni future”, spiegano dal Wwf, “ma serve che tutti i Paesi chiave completino la ratifica”.
L’Italia, però, ancora non ha chiuso l’iter. Per le associazioni ambientaliste – tra cui Blue Marine Foundation, Client Earth, Greenpeace Italia, LIPU e Mare Vivo – questo ritardo rischia di “mettere in discussione il ruolo del nostro Paese nelle politiche globali di tutela ambientale”. Il messaggio è netto: bisogna accelerare e mandare un segnale forte a livello internazionale.
Cosa prevede il trattato
Il Trattato sull’Alto Mare punta a proteggere almeno il 30% degli oceani entro il 2030, creando una rete di aree marine protette. Oggi, secondo l’ONU, solo l’1,2% degli oceani è completamente protetto. Il testo introduce anche il principio “chi inquina paga”, per combattere l’inquinamento da plastica: ogni anno finiscono nei mari più di 17 milioni di tonnellate di plastica, con il rischio che la quantità raddoppi o triplichi entro il 2040.
Un altro tema importante è la gestione degli stock ittici. Oltre un terzo delle risorse mondiali è ormai sovrasfruttato, con gravi conseguenze per la sicurezza alimentare e l’economia globale. Il trattato impone valutazioni ambientali preventive per ogni progetto di estrazione nelle acque internazionali e stabilisce meccanismi per dividere equamente i benefici delle risorse genetiche marine.
Oceani in crisi: numeri e pericoli reali
Gli oceani assorbono circa il 90% del calore in eccesso prodotto dalle emissioni di gas serra e il 25% della CO2 emessa dall’uomo. Ma la loro capacità di contenere i danni del cambiamento climatico si sta indebolendo. Lo scorso primo agosto, la temperatura media della superficie oceanica ha raggiunto i 20,96 °C, un record da quando si fanno rilevazioni accurate.
Gli effetti sono evidenti: tempeste sempre più forti, innalzamento del livello del mare, salinizzazione delle terre costiere. “Senza una tutela efficace”, avvertono gli esperti, “gli oceani rischiano di perdere il loro ruolo di regolatori climatici”. L’alto mare è vitale anche per la biodiversità, la sicurezza alimentare e la stabilità economica globale.
La sfida della gestione globale
Il trattato stabilisce che nessun progetto di sfruttamento nelle acque internazionali potrà partire senza una seria valutazione ambientale. Sono previsti anche aiuti economici e tecnologici ai Paesi in via di sviluppo: l’Unione Europea ha già messo sul piatto 40 milioni di euro per sostenere l’attuazione dell’accordo.
Le minacce restano tante: pesca distruttiva, traffico marittimo intenso, plastica e microplastiche, cambiamenti climatici e nuove attività come l’estrazione mineraria dai fondali profondi. Nessuno Stato può farcela da solo. “Solo lavorando insieme, Stati e operatori, potremo salvare gli oceani”, ha detto Giulia Prato, responsabile Mare del Wwf Italia.
L’appello delle associazioni italiane
Nel documento inviato al governo, le associazioni ambientaliste avvertono che “il ritardo dell’Italia mette a rischio la sua credibilità internazionale”. Ratificare il trattato sarebbe anche un segnale importante in vista degli obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.
La partita ora si gioca tra i palazzi romani e le sedi internazionali. Solo allora – spiegano dal Wwf – si capirà se l’Italia saprà farsi avanti nella difesa degli oceani o resterà indietro in una sfida che riguarda tutti noi.