Scopri le meraviglie nascoste: cinquanta destinazioni di vela in mari poco esplorati

Nel panorama della letteratura marinaresca, il libro di Nick Coghlan, Under Wide and Starry Skies – Fifty Sailing Destinations in Seas Less Travelled, si distingue per la sua originalità e la proposta di esplorazione. Pubblicato nel 2024, questa opera segue l’apprezzato Sailing to the Heart of Japan e si propone di trasportare i lettori verso località di vela meno conosciute, ma altrettanto affascinanti. Ogni capitolo racconta una storia unica, supportata da carte nautiche disegnate a mano e informazioni pratiche sulle remote destinazioni selezionate, che spaziano dall’Isola di Robinson Crusoe in Cile a Sant’Elena nell’Oceano Atlantico meridionale, fino alla baia di Summers nel Sound di Alison, in British Columbia.

Il titolo del libro trae ispirazione dal poema “Requiem” di Robert Louis Stevenson, che funge anche da epitaffio sulla sua tomba a Samoa. Nella sua poesia, Stevenson esprime un desiderio di libertà e appartenenza al mare, un sentimento che risuona profondamente tra i navigatori e gli amanti della vela.

Destinazioni insolite

Tra le cinquanta destinazioni presentate nel libro, Al Kwasir, un’isola sul Nilo Blu vicino a Khartoum, si distingue come una delle più insolite e, purtroppo, attualmente inaccessibili a causa della guerra civile in Sudan. Questa località, immersa nel deserto del Sahara, rappresenta un luogo di sfide e avventure per chiunque si trovi a vivere in un contesto così complesso.

Coghlan racconta le sue esperienze come unico diplomatico canadese residente a Khartoum nel 2000, in un periodo segnato da un conflitto civile che aveva già causato due milioni di morti. Durante il suo mandato, ha dovuto affrontare situazioni di grande difficoltà, come la gestione dei giornalisti in visita per indagare sulle origini di Osama bin Laden. Le sue avventure lo hanno portato anche a visitare luoghi storici significativi, come il sito della fabbrica farmaceutica al-Shifa, distrutta da missili statunitensi nel 1998.

La vela come fuga

In questo contesto, la vela sul Nilo è diventata una fuga e un modo per trovare un po’ di svago. La città di Khartoum si trova all’incrocio tra il Nilo Blu e il Nilo Bianco, e la tradizione della vela ha radici storiche che risalgono agli anni ’20, quando fu istituito un club di vela per tenere lontani i giovani ufficiali britannici dai guai. La mancanza di legno locale ha portato alla costruzione di barche in acciaio, tra cui il Khartoum One Design, progettato da Morgan Giles, un sloop di 18 piedi che ha visto la luce nel 1932.

Il Blue Nile Sailing Club, fondato nel 1926, ha trovato la sua casa in una delle storiche cannoniere britanniche, l’H.M.S. Melik, che ha preso parte alla battaglia di Omdurman nel 1898. Le regate si svolgevano due volte a settimana durante l’inverno, con una particolare enfasi sulle gare del venerdì mattina, che coincidevano con il fine settimana islamico. Queste gare erano spesso emozionanti e, sebbene le regole di navigazione fossero in teoria rispettate, nella pratica dominava un approccio molto più informale.

Tradizioni e avventure

Coghlan e sua moglie, Jenny, partecipavano con entusiasmo a queste regate, nonostante l’ansia iniziale di navigare lungo il Nilo, con la consapevolezza che una capovolta avrebbe potuto rivelarsi problematica. Il commodoro del club, un uomo robusto e amichevole, rassicurava i nuovi membri sulla sicurezza delle acque, ma non senza una nota di avvertimento riguardo ai coccodrilli presenti nel Nilo Bianco e ai rischi della bilharzia.

La vita al club era caratterizzata da una vivace comunità di espatriati, con una buona parte dei membri che cercava sponsorizzazioni per finanziare le loro attività. Le barche antiche venivano restaurate e decorate con colori nazionali, come nel caso della barca di Coghlan, battezzata “Canada One”, con il foglio d’acero dipinto sul muso.

Una delle tradizioni più apprezzate era l’uscita notturna verso l’isola di Alkwasir, un’isola deserta a otto miglia a monte del Nilo Blu. Gli equipaggi partivano nel tardo pomeriggio, godendosi il panorama al calar del sole e il richiamo alla preghiera che si diffondeva da ogni minareto di Khartoum. Una volta giunti sull’isola, i velisti si riunivano attorno a un falò, condividendo storie e, in molti casi, delle bevande alcoliche, una rarità in Sudan, dove gli espatriati avevano accesso legale a tali bevande.

Queste serate erano spesso accompagnate da risate e convivialità, con l’aspettativa che gli ospiti portassero “il tè”, un eufemismo per il whisky, seguito da una bevanda locale a base di datteri. Le mattine successive, il rientro a casa era una sfida, poiché gli espatriati dovevano affrontare le correnti del Nilo, ma il gusto dell’avventura rendeva ogni esperienza memorabile.

L’opera di Coghlan offre quindi uno spaccato affascinante non solo della vela in luoghi remoti, ma anche della vita in contesti difficili, mostrando come la passione per il mare possa unire le persone, anche in tempi di conflitto e incertezze.

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