Genova, 2 gennaio 2026 – Che cosa vuol dire davvero “buona marineria”? È solo una questione di tecnica, o c’è qualcosa in più, quell’elemento umano che distingue chi sa davvero il fatto suo in mare? È una domanda vecchia come il mondo, ma che torna sempre attuale tra i pontili e nelle storie degli skipper, soprattutto dopo una stagione che ha visto il Mediterraneo animarsi di regate serrate e incontri ravvicinati tra equipaggi.
Marineria: tra abilità e rispetto in mare
Secondo l’Oxford Dictionary, la marineria è “l’abilità, la tecnica o la pratica di condurre una nave in mare”. Una definizione semplice, ma come dicono molti comandanti, ciascuno la interpreta a modo suo. Il termine viene dal Settecento, quando “marineria” significava portare a termine una traversata mantenendo l’equipaggio in salute, la nave in ordine e tutto sotto controllo. Oggi le tecniche sono cambiate, ma il cuore resta lo stesso: condurre la barca con sicurezza, manovrare con naturalezza, navigare senza intoppi e arrivare puntuali. Insomma, la padronanza della vela.
Ma come sottolinea Francesco Giordano, skipper dell’X-41 Adrigole II, “essere un maestro non è solo questione di talento”. Lo ha raccontato dopo la Rolex Middle Sea Race di ottobre scorso, quando – pochi minuti dopo la partenza da La Valletta – si è trovato gomito a gomito con un altro equipaggio. “Eravamo ventuno barche strette intorno alla prima boa”, ricorda Giordano. “Loro hanno chiesto spazio con una sola voce, senza urlare. Io ho risposto con un cenno: ci siamo capiti subito”.
Un gesto che vale più di mille regole
Quel piccolo gesto, apparentemente normale, ha colpito entrambi gli skipper. “Quel cenno”, ha scritto Giordano nel suo report di regata, “racchiudeva tutta la marineria: fiducia reciproca tra marinai”. È un dettaglio che spesso sfugge a chi guarda le regate solo da terra. In quel momento, tra le antiche mura del Grand Harbour e il giallo acceso della boa gonfiabile firmata Rolex, non contava solo la posizione in classifica. Contava il rispetto delle regole non scritte del mare.
“Con un equipaggio amatoriale e seicento miglia davanti”, ha confidato lo skipper avversario, “non volevo rischiare. Ho preferito parlare io, evitare confusione. Quando nove persone urlano dalla battagliola si crea solo tensione”. Il gesto è stato apprezzato: “Abbiamo girato la boa puliti”, continua, “anche se poi la nostra issata di spinnaker non è stata perfetta e loro sono ripartiti davanti”.
Non basta la tecnica: contano giudizio e reputazione
Allora, la marineria è solo tecnica? O pesa anche il modo in cui ci si comporta con gli altri? Per molti velisti esperti, la risposta è mista. “C’è chi naviga da solo per oceani interi senza parlare con nessuno”, spiega Giordano. “La marineria non richiede sempre leadership o lavoro di squadra. Ma il buon senso, la cura e il rispetto per il mare sono fondamentali”.
Anche il comportamento verso gli altri – anche fuori dalle regate – conta sempre di più. Un tempo bastava saper manovrare bene; oggi si guarda anche alla reputazione. “Un comandante può essere impeccabile in mare”, riflette uno dei protagonisti della Middle Sea Race, “ma se poi a terra si comporta da irresponsabile o crea problemi nei porti, la sua immagine ne risente”.
Il comandante oggi: rispetto e reputazione
Nel Settecento bastava minacciare la passerella per farsi ascoltare. Oggi non funziona più così. “Guadagnarsi il rispetto dell’equipaggio è ancora essenziale”, sottolinea Giordano. E anche a terra – tra negozi di articoli nautici e pub del porto – il comportamento conta. “La marineria si conquista anche con la reputazione”, conferma uno skipper genovese incontrato ieri al Porto Antico. “Non basta saper ormeggiare a occhi chiusi”.
In un’epoca in cui ogni gesto può finire sui social o essere commentato nei circoli nautici, chi vuole essere riconosciuto come vero marinaio deve tenerne conto. “Non saremo più giudicati solo per come manovriamo”, avverte Giordano. “Conta anche come ci comportiamo con gli altri”.
Marineria: è una questione di carattere
Insomma, la marineria resta soprattutto abilità tecnica, ma il carattere non è più un dettaglio da trascurare. Chi guida una barca – soprattutto con un equipaggio – deve saper gestire persone e situazioni, in acqua e fuori. E chi sogna di diventare maestro del mare deve ricordarselo bene: oggi più che mai, la reputazione si costruisce onda dopo onda, ma anche parola dopo parola.