Roma, 26 gennaio 2026 – Sono almeno 380 le persone disperse dopo un nuovo naufragio nel Mediterraneo centrale, a poche miglia dalle coste tra Tunisia, Libia e Italia. Ancora una tragedia che si consuma in mare, in una settimana già segnata dal passaggio del ciclone Harry e da condizioni meteo proibitive. Le chiamate d’aiuto, partite dal 18 gennaio, sono spesso rimaste senza risposta. Nel frattempo, organizzazioni umanitarie e la Chiesa tornano a chiedere interventi concreti e un cambio di passo nelle politiche migratorie europee.
Allarmi ignorati, mare in tempesta
Il primo segnale d’allarme è arrivato il 18 gennaio da Alarm Phone, la rete di attivisti che segue le emergenze in mare. Tre imbarcazioni in difficoltà, circa cinquanta persone in pericolo. Nelle stesse ore, la Ong Mediterranea Saving Humans metteva in guardia sul peggioramento del tempo: venti fino a 100 km/h e onde alte fino a otto o nove metri. “È troppo rischioso partire”, scrivevano sui social, cercando di far sentire la loro voce. Ma, come purtroppo spesso succede, quegli appelli sono rimasti inascoltati.
Nei giorni seguenti la situazione è precipitata. Il 20 gennaio, Alarm Phone segnalava la scomparsa di 51 migranti partiti dalla Tunisia. “Abbiamo avvisato Italia e Tunisia: serve un soccorso immediato!”, lanciavano l’allarme online. Due giorni dopo, il numero delle persone a rischio saliva a 150: almeno tre barche partite sempre dalla Tunisia di cui si sono perse le tracce.
Un sopravvissuto racconta l’inferno in mare
La conferma più straziante è arrivata dopo 24 ore. Un solo sopravvissuto, recuperato dalla motonave Star e sbarcato a Malta, ha raccontato il naufragio che ha inghiottito almeno cinquanta persone. Erano partiti dalla Tunisia appena il giorno prima. Il suo racconto, raccolto dalle autorità maltesi, è l’ennesima testimonianza di una traversata disperata finita nel peggiore dei modi.
Secondo la Ong Sos Mediterranée, i dispersi sono almeno 380 durante i giorni del ciclone Harry. “Otto barche partite dalla Tunisia mai arrivate a destinazione”, hanno scritto su X (ex Twitter), con numeri che si ripetono da mesi. Tra queste, anche quella con 51 persone, di cui solo uno è stato salvato in condizioni gravissime.
La Chiesa alza la voce davanti alla strage
Di fronte a questa nuova tragedia, la Chiesa si è fatta sentire con forza. Il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, ha aperto il Consiglio episcopale permanente ricordando che “non possiamo rassegnarci alla logica della morte”. Un appello chiaro, rivolto a istituzioni e cittadini: non voltate lo sguardo altrove.
Padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli per i Rifugiati, ha denunciato la sempre minore trasparenza sulle rotte e sui morti in mare. “Si rischia un atteggiamento di deresponsabilizzazione, come lavarsene le mani”, ha detto Ripamonti. E ha aggiunto: “Questi non sono incidenti isolati, ma il risultato di politiche migratorie sempre più dure e di ostacoli ai soccorsi”.
Un appello urgente all’Europa
Anche monsignor Gian Carlo Perego, presidente della Commissione Cei per i migranti, ha chiesto “un’azione comune di tutti i 27 Paesi europei per il soccorso in mare”. “Ancora morti nel silenzio dell’Europa”, ha denunciato Perego. Dopo l’accordo con il governo di Bengasi, le partenze si sono spostate sulle coste tunisine. Ma il risultato non cambia: donne, uomini e bambini che scompaiono senza lasciare traccia.
“Quando l’Europa risponderà all’appello di Papa Francesco, che a Lampedusa ha chiesto: ‘dov’è tuo fratello?’”, si è domandato monsignor Perego scuotendo le coscienze.
Serve una risposta urgente a livello internazionale
L’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) ha ribadito “l’urgenza di intensificare gli sforzi a livello globale per evitare altre perdite di vite umane”. Senza vie sicure per chi fugge da guerre e violenze, il Mediterraneo resta un cimitero di speranze. Ogni nuovo naufragio riapre ferite mai guarite e spinge a chiedere con sempre più forza un intervento concreto.