Ancona, 28 novembre 2025 – Le reti da pesca abbandonate lungo le coste dell’Adriatico, spesso invisibili ma letali per la fauna marina, trovano oggi una nuova via grazie a una sperimentazione avviata dall’Università Politecnica delle Marche (UnivPM). Da qualche settimana, nel laboratorio di Ingegneria ambientale di via Brecce Bianche, un gruppo di ricercatori sta mettendo alla prova Green Plasma, una tecnologia in grado di trattare fino a 100 chili al giorno di plastica marina non riciclabile, trasformandola in syngas, un gas combustibile ricco di idrogeno che può produrre energia elettrica.
Green Plasma: una svolta per le reti da pesca abbandonate
Il progetto, guidato dal professor Stefano Caserini, nasce dalla collaborazione tra l’ateneo marchigiano e alcune cooperative di pescatori locali. L’obiettivo è chiaro: ridurre l’impatto ambientale delle cosiddette reti fantasma — le attrezzature perse o abbandonate in mare — e trovare una risposta concreta al problema dello smaltimento della plastica non riciclabile. “Abbiamo raccolto decine di reti nei porti di Ancona e Civitanova Marche”, racconta Caserini, “materiale che di solito finirebbe in discarica o, peggio, resterebbe in mare per decenni”.
La tecnologia Green Plasma funziona attraverso un processo chiamato pirolisi a plasma freddo. Le reti vengono prima tritate, poi inserite in un reattore dove, a temperature molto alte ma senza bruciare direttamente, si rompono in molecole più semplici. Il risultato è un gas — il syngas — formato soprattutto da idrogeno e monossido di carbonio. “Questo gas si può bruciare per generare elettricità o usare come base per nuovi combustibili”, spiega il docente.
Dai porti all’impianto: come si raccolgono le reti abbandonate
La raccolta delle reti da pesca abbandonate si fa in stretto contatto con le marinerie locali. I pescatori, durante le loro uscite, segnalano o recuperano direttamente le attrezzature perse con le proprie barche. Una volta portate a terra, le reti vengono trasportate nei laboratori dell’UnivPM per essere analizzate e preparate al trattamento.
Secondo i dati dell’ISPRA, ogni anno nei mari italiani finiscono circa 10mila tonnellate di attrezzi da pesca persi o abbandonati. Solo una piccola parte viene recuperata. “Il nostro sistema permette di dare valore anche a quei materiali che con i metodi tradizionali non si possono riciclare”, sottolinea Caserini. La sperimentazione è partita a ottobre e andrà avanti fino alla primavera del 2026.
Energia pulita dal mare: i primi risultati
I primi test nel laboratorio di Ancona hanno dato segnali positivi. Da 100 chili di reti trattate con Green Plasma si ottengono circa 60 metri cubi di syngas, abbastanza per far funzionare una piccola casa per un giorno intero. “Non si tratta solo di smaltire un rifiuto difficile”, dice la ricercatrice Elena Fabbri, “ma di trasformarlo in una vera risorsa energetica”.
Il progetto ha attirato l’attenzione del Ministero dell’Ambiente, che sta valutando di estendere la sperimentazione ad altri porti italiani. “Se i risultati verranno confermati”, ha detto un portavoce del ministero, “potremmo avere uno strumento in più per combattere l’inquinamento marino e promuovere l’economia circolare”.
Le sfide da affrontare: costi, sicurezza e sostenibilità
Non mancano però le difficoltà. Il costo del trattamento resta alto rispetto alle tecnologie tradizionali e la gestione dei residui solidi — ceneri e scorie — richiede ancora controlli approfonditi. Inoltre, la sicurezza degli operatori nella manipolazione delle reti contaminate è un punto delicato. “Stiamo lavorando per migliorare il processo e abbassare i costi”, ammette Caserini, “ma siamo convinti che questa sia la strada giusta”.
Intanto, nei porti marchigiani si respira un cauto ottimismo. I pescatori coinvolti raccontano di aver finalmente trovato una risposta concreta a un problema che li riguarda da vicino. “Le reti abbandonate sono un pericolo per tutti”, confida Marco Ricci, comandante di un peschereccio di Civitanova, “adesso sappiamo che possono avere una seconda vita”.
Il prossimo passo sarà capire se la tecnologia Green Plasma può funzionare su scala industriale e quale impatto avrà su larga scala. Solo allora — spiegano i ricercatori — si potrà parlare di una vera rivoluzione nella gestione dei rifiuti marini.