Marettimo, 9 gennaio 2026 – Sull’isola di Marettimo, a pochi chilometri dalla costa occidentale della Sicilia, Giuseppe Festa ha raccontato ieri che la pesca del pesce spada è molto più di un semplice lavoro. “Andare per mare è come vivere la vita. Non puoi lasciarti portare dalle correnti”, ha detto lo scrittore e divulgatore, seduto sul molo poco dopo l’alba. Accanto a lui, la giovane Scilla, protagonista di un viaggio che unisce tradizione e scoperta nell’arcipelago delle Egadi, ha imparato i gesti antichi dei pescatori locali: tra reti, remi e silenzi rotti solo dal rumore del mare.
Pesca del pesce spada: un’arte che resiste al tempo
La scena si è svolta all’alba, quando il porto di Marettimo si sveglia piano, tra voci sommessi e mani esperte. Festa, noto per i suoi racconti legati alla natura, ha spiegato che “la pesca del pesce spada qui non è solo tecnica, ma un modo di rispettare il mare e chi lo vive”. I pescatori dell’isola – uomini come Salvatore e Nino, con il volto segnato dal sole e dagli anni – hanno mostrato a Scilla come si preparano le lunghe lenze, come si scruta la superficie in cerca di quel guizzo argenteo. “Serve pazienza, e anche un po’ di fortuna”, ha ammesso Salvatore, mentre sistemava le esche con movimenti lenti e precisi.
Tra passato e presente: il testimone passa
Per chi vive a Marettimo, la pesca del pesce spada è un rito che si tramanda da generazioni. “Mio padre mi ha insegnato tutto quello che so”, racconta Nino, indicando una vecchia foto in bianco e nero appesa nella baracca vicino al porto. “Oggi è difficile trovare giovani che vogliano davvero imparare”, aggiunge con un sorriso amaro. Eppure, vedere Scilla – ventidue anni, capelli raccolti sotto un cappello di paglia – alle prese con le reti ha acceso la curiosità e qualche battuta tra i pescatori più anziani. “Non capita spesso”, ha commentato qualcuno, “ma forse è così che si ricomincia”.
Il mare, maestro di vita
Festa ha sottolineato il valore simbolico di questa esperienza: “Il mare ti insegna a non stare fermo. Se ti lasci portare dalle correnti, finisci dove vogliono loro. Devi scegliere la tua rotta”. Parole che hanno colpito Scilla, visibilmente emozionata dopo una notte trascorsa sul piccolo gozzo di legno. “All’inizio avevo paura”, ha ammesso la ragazza, “ma poi ho capito che ogni gesto conta, ogni scelta fa la differenza”. Il racconto si è intrecciato con i gesti concreti della pesca: la preparazione delle esche, il lancio delle lenze, l’attesa silenziosa sotto il sole che saliva dietro Punta Troia.
Il racconto conquista i lettori
La storia di Scilla e Giuseppe Festa ha raccolto molti commenti sui social e tra i lettori locali. “È bello vedere che certe tradizioni non si perdono”, scrive Anna, insegnante in pensione che vive sull’isola da vent’anni. Altri sottolineano l’importanza di insegnare ai giovani il rispetto per il mare: “Non è solo lavoro, è cultura”, osserva Pietro, pescatore in pensione. Qualcuno ricorda i tempi in cui le barche erano molte di più e il porto si riempiva di voci fino a notte fonda. Oggi è diverso: meno pescatori, più turisti. Ma l’emozione di una notte in mare è rimasta intatta.
Un tesoro da custodire
Per Festa, la sfida di Marettimo è chiara: “Trovare un equilibrio tra passato e futuro. Non possiamo vivere solo di ricordi, ma nemmeno dimenticare chi siamo stati”. La pesca del pesce spada – con le sue regole non scritte e i suoi silenzi – resta uno dei pochi legami veri con la storia dell’isola. Scilla, alla fine della sua esperienza, ha promesso che tornerà: “Ho imparato più in una notte qui che in tanti libri”, ha detto con un sorriso.
Sul molo di Marettimo, intanto, il sole era già alto. I pescatori riponevano le reti, qualcuno accendeva una sigaretta. La giornata riprendeva il suo ritmo lento. Ma tra chi c’era – e chi leggeva da lontano – restava la sensazione che certe storie abbiano ancora molto da insegnare.