Anchorage, 4 dicembre 2025 – I ghiacciai della penisola di Kenai, in Alaska, stanno cambiando rapidamente. E con loro si perde qualcosa di meno visibile, ma altrettanto importante: i nutrienti essenziali per gli ecosistemi marini. A rivelarlo è una ricerca pubblicata su Nature Communications, firmata dalla University of Southern California. Lo studio ha confrontato due ghiacciai vicini, Aialik e Northwestern, per capire come il loro diverso destino influisce sulla salute degli oceani.
Ghiacciai in ritirata, nutrienti in pericolo
Aialik, che si affaccia ancora sul mare, è stabile. Northwestern, invece, si è ritirato di circa 15 chilometri dalla costa dagli anni Cinquanta. Sono stati scelti proprio perché poggiano sulle stesse rocce. Questo dettaglio è importante: elimina variabili legate al terreno e permette di vedere chiaramente l’effetto del ritiro glaciale sulla quantità di metalli e nutrienti che finiscono in mare.
Il meccanismo è semplice: i ghiacciai, scorrendo sulle rocce, le consumano e liberano sedimenti che finiscono nell’acqua di scioglimento. Questi sedimenti sono ricchi di ferro, manganese e fosforo, elementi fondamentali per il fitoplancton, la base della catena alimentare marina. “Il ghiaccio non è solo acqua congelata – spiega Jessica Fitzsimmons, coordinatrice dello studio – ma un vero veicolo di sostanze vitali per il mare”.
Tra ghiacciai stabili e in ritirata, differenze evidenti
Dalle analisi delle acque si nota una differenza netta: il ghiacciaio Aialik fornisce acque con più ferro biodisponibile (18% del totale) e manganese (26%). Northwestern, invece, si ferma al 13% e al 14%. Per gli autori, il motivo è la distanza dal mare. “Quando il ghiacciaio arriva direttamente in oceano, i nutrienti arrivano freschi e subito utilizzabili dai microrganismi”, spiega Fitzsimmons.
Al contrario, l’acqua che arriva da ghiacciai più lontani impiega più tempo a raggiungere il mare. Durante il tragitto, i sedimenti cambiano chimicamente e perdono reattività. “È come se i nutrienti invecchiassero prima di essere usati”, dice Peter Hernes, geochimico e coautore dello studio.
Un colpo duro per gli ecosistemi marini
Il rischio è concreto: meno nutrienti minerali possono mettere in crisi intere catene alimentari. Il fitoplancton, che ha bisogno di ferro e manganese per crescere, potrebbe diminuire in alcune zone costiere. E con lui, tutti gli animali che ne dipendono: dai piccoli crostacei ai pesci commerciali come salmone e merluzzo.
Le prime stime indicano che la riduzione di nutrienti è già in corso in alcune coste artiche. “Non è un problema solo locale – avverte Fitzsimmons – perché gli oceani sono collegati. Cambiare i nutrienti in Alaska può avere ripercussioni anche molto lontano”.
Un campanello d’allarme per il pianeta
Il ritiro dei ghiacciai è un fenomeno globale: secondo l’IPCC, negli ultimi vent’anni lo scioglimento è aumentato del 30%. Finora si è parlato soprattutto di innalzamento dei mari e cambiamenti climatici. Questa ricerca apre però un nuovo fronte: la perdita di fertilità degli oceani.
Gli autori invitano a non sottovalutare il problema. “Abbiamo sempre visto i ghiacciai come riserve d’acqua dolce – dice Hernes – ma sono anche fabbriche di nutrienti. Se smettono di funzionare, rischiamo di rompere equilibri millenari”.
Per ora, servono altri studi su più ghiacciai, in altre parti del mondo. Ma il messaggio è chiaro: la scomparsa dei ghiacciai non riguarda solo montagne o coste artiche. Tocca tutti, perché tocca il cuore stesso degli oceani.