Roma, 6 giugno 2024 – Il mare sta salendo a una velocità senza precedenti negli ultimi quattromila anni. A rivelarlo è uno studio pubblicato su Nature, firmato da un gruppo di ricercatori della Rutgers University guidati da Yucheng Lin. Analizzando dati raccolti in tutto il mondo, lo studio conferma come il riscaldamento globale causato dall’uomo stia già cambiando le coste, mettendo a rischio città e economie con effetti concreti e immediati.
Un ritmo che non si era mai visto
Negli ultimi 120 anni, il livello globale del mare è cresciuto di circa un millimetro e mezzo all’anno. Un ritmo che non ha paragoni con le variazioni naturali avvenute fin dall’inizio dell’Olocene, circa 12.000 anni fa. Lin, oggi ricercatore presso il Csiro in Australia, ha spiegato chiaramente: “Dal 1900, il livello del mare sta salendo più velocemente che negli ultimi quattromila anni”. Un dato che toglie ogni dubbio sull’entità del cambiamento in atto.
Per arrivare a queste conclusioni, il team ha analizzato migliaia di dati geologici provenienti da barriere coralline, mangrovie e sedimenti lungo le coste. Questi archivi naturali hanno permesso di ricostruire la storia del livello del mare e di mettere l’attuale accelerazione in un quadro molto più ampio. Robert Kopp, professore emerito alla Rutgers e coautore dello studio, ha sottolineato: “Il lavoro di Lin dimostra come i dati geologici siano fondamentali per capire i rischi che le città costiere devono affrontare oggi”.
Mare in crescita: acqua calda e ghiacci che si sciolgono
Dietro l’aumento del livello del mare ci sono due fattori principali, entrambi legati al riscaldamento globale. Da un lato c’è l’espansione termica degli oceani: l’acqua si dilata quando si riscalda. Dall’altro, lo scioglimento dei ghiacciai e delle calotte polari, soprattutto in Groenlandia e Antartide, che riversano grandi quantità d’acqua nei mari. Lin ha spiegato: “I ghiacciai rispondono più in fretta perché sono più piccoli delle enormi calotte glaciali, che possono coprire interi continenti. In Groenlandia l’accelerazione è sempre più evidente”.
Città in pericolo: la Cina e il rischio della subsidenza
Lo studio si concentra in modo particolare sulla Cina, dove città come Shanghai, Shenzhen e Hong Kong sorgono su delta di fiumi soggetti a subsidenza, cioè il progressivo abbassamento del terreno. Queste zone, già fragili per natura, sono rese ancora più vulnerabili dall’attività umana. “I delta sono perfetti per l’agricoltura e lo sviluppo urbano – spiega Lin – ma sono pianeggianti e facilmente soggetti alla subsidenza causata dall’uomo. Se il livello del mare continua a salire, rischiano di finire sommersi in poco tempo”.
A Shanghai, la combinazione di subsidenza e innalzamento del mare ha già prodotto effetti evidenti. Alcune zone sono sprofondare di oltre un metro nell’ultimo secolo, soprattutto a causa dell’eccessivo prelievo di acqua dalle falde sotterranee. Lin sottolinea che questo abbassamento “è molto più rapido dell’attuale aumento globale del livello del mare”.
Un campanello d’allarme per il mondo
L’esperienza cinese lancia un avvertimento anche per altre grandi città costruite su pianure costiere basse e molto popolate, come New York, Giacarta e Manila. “Bastano pochi centimetri in più perché il rischio di alluvioni nei delta cresca molto”, avverte Lin. Queste aree non sono solo strategiche per i singoli Paesi, ma hanno un peso enorme sull’economia mondiale. Se venissero colpite, la catena di approvvigionamento globale ne risentirebbe pesantemente.
Strategie per resistere: cosa si può fare
Non tutto è perduto, però. Lo studio segnala anche alcune risposte positive. Diverse città hanno già iniziato a mettere in campo misure per contrastare la subsidenza e ridurre i rischi. Shanghai, per esempio, ha regolato l’uso delle acque sotterranee e lanciato programmi per reiniettare acqua dolce nelle falde, cercando di stabilizzare il terreno. “Hanno capito il problema e cominciato a intervenire”, spiega Lin.
Il progetto è stato finanziato dalla National Science Foundation e dalla Nasa. Il team ha messo a punto mappe che mostrano le zone più esposte, per aiutare governi e amministrazioni a pianificare interventi mirati. Lin ha lavorato sul framework open source PaleoSTeHM per integrare dati geologici e ambientali. “Solo conoscendo il passato e i processi attuali si può capire davvero quanto sono grandi i rischi”.
Nel laboratorio della Rutgers University, una mappa della costa cinese è appesa vicino al monitor di Lin. “Ogni centimetro conta”, dice il ricercatore, tracciando con una penna rossa la linea sottile che separa la terra dal mare.