Il mistero delle 200 anfore silenziose nel profondo del mare

Gallipoli, 6 febbraio 2026 – Una nave romana del IV secolo d.C., adagiata da secoli sui fondali del Mar Ionio, a poche miglia da Gallipoli, è stata scoperta dalla Guardia di Finanza durante un controllo di routine nel giugno 2025. Il relitto, tenuto nascosto per motivi di sicurezza e tutela, custodisce circa 200 anfore. Secondo gli archeologi, potrebbe trattarsi di un carico di garum, la famosa salsa di pesce che all’epoca divideva i gusti.

Un relitto che racconta il commercio romano

La scoperta è il risultato del lavoro insieme del reparto operativo aeronavale di Bari, della Sezione di Gallipoli e del II Nucleo sommozzatori di Taranto. Grazie a strumenti subacquei all’avanguardia, hanno individuato il relitto, lungo circa venti metri, a una profondità che ha richiesto l’intervento di squadre specializzate. “Abbiamo visto la sagoma con i sonar e le telecamere subacquee”, ha spiegato un ufficiale della Guardia di Finanza. Da quel momento, l’area è stata strettamente sorvegliata per evitare saccheggi e proteggere il sito.

Le anfore e il mistero del carico

Le circa 200 anfore scoperte a bordo sono un vero tesoro per gli studiosi. La loro forma – simile ai modelli Dressel 7-11 e Beltrán I/II, tipici del trasporto di salse di pesce – ha subito fatto pensare al garum. “Quando trovi così tante anfore su una rotta famosa per il garum, la probabilità che contengano proprio quello è alta”, ha confidato uno degli archeologi. Ma la certezza arriverà solo dopo le analisi dei residui organici e l’esame delle eventuali iscrizioni sulle anfore.

La rotta del garum tra Puglia e Mediterraneo

La posizione del relitto non sorprende chi conosce la storia del commercio romano. Tra Gallipoli, Otranto, Brindisi e il golfo di Taranto c’erano le principali fabbriche costiere di garum, le cetariae, dove il pesce veniva fermentato in grandi vasche all’aperto. Da questi porti partivano navi cariche di salse dirette verso l’Epiro, la Grecia e il Mediterraneo orientale. “Questa era una delle rotte più trafficate nel tardo impero”, ha ricordato la Soprintendenza di Brindisi, Lecce e Taranto, che ora coordina uno scavo subacqueo da 780.000 euro, finanziato con fondi pubblici.

Garum: condimento, medicina e simbolo di prestigio

Il garum non era solo un semplice condimento. Ottenuto dalla fermentazione di interiora di pesce, sale ed erbe aromatiche, aveva un odore forte che divideva i Romani. C’era chi lo considerava essenziale: “Rendeva speciale anche il piatto più banale”, raccontano le fonti antiche. Il prezzo del “garum sociorum” spagnolo poteva arrivare a quello di un servo. Non era solo cucina: medici come Galeno lo prescrivevano contro afte e febbri, altri lo ritenevano afrodisiaco o segno di ricchezza.

Non mancavano i detrattori. Seneca, nelle sue lettere a Lucilio, scriveva: “Garum, quella salsa nata dalla putrefazione dei pesci… io la detesto”. Per lui era il simbolo della decadenza morale romana. Diversa era la posizione di Petronio, che nella Cena di Trimalcione lo definiva l’ingrediente magico della gastronomia imperiale.

Un tesoro per la ricerca archeologica

Se le analisi confermeranno la presenza di garum nelle anfore, il relitto sarà una miniera di informazioni sulle rotte commerciali, le tecniche di produzione e i consumi alimentari dell’epoca tardo-imperiale. Gli archeologi cercheranno tracce di cristalli salini, piccole ossa intrappolate nelle anfore e residui di DNA del pesce usato. Non si esclude di trovare iscrizioni – i cosiddetti tituli picti – che potrebbero svelare i nomi dei produttori o la qualità della salsa trasportata.

“Potremmo riscrivere una pagina della storia economica del Mediterraneo”, ha detto uno dei responsabili dello scavo. Solo allora, forse, quel profumo pungente che per secoli ha legato popoli e cucine lungo le rotte dell’antica Roma tornerà a farsi sentire dal fondo del mare.

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