La crisi silenziosa del Mediterraneo: il riscaldamento, l’inquinamento e l’invasione delle specie aliene

Palermo, 18 dicembre 2025 – Il Mediterraneo lancia un campanello d’allarme: il caldo cresce, gli ecosistemi si indeboliscono, le coste sono sotto pressione e le specie aliene si diffondono senza sosta. È questa la fotografia che emerge da “Hotspot Mediterraneo”, il reportage firmato da Francesco Bellina e Stefano Liberti, in mostra all’Ecomuseo del Mare di Palermo fino a febbraio 2026. Un viaggio fatto di immagini e parole che prova a mettere a fuoco una crisi spesso nascosta sotto la superficie, ma che coinvolge milioni di persone e un patrimonio naturale senza pari.

Il Mediterraneo in allarme: crisi nascoste e nuove minacce

Dopo quasi due anni di lavoro tra Sicilia, Tunisia, Spagna, Cipro, Tangeri e Gibilterra, il progetto racconta una crisi profonda che attraversa tutto il bacino. “Il Mediterraneo è in difficoltà e sta mandando segnali chiari che dobbiamo saper leggere”, spiega Liberti. Per il giornalista, le comunità lungo le coste non soffrono solo per il riscaldamento globale. A pesare sono anche scelte politiche che hanno favorito un modello di sviluppo basato sul prelievo intensivo e sull’overtourism, cambiando per sempre il volto delle coste.

Tra le sfide più complesse da raccontare, dice Liberti, c’è proprio l’invisibilità di questa crisi. Nel Mare Egeo, ad esempio, i fondali stanno diventando sempre più deserti a causa dell’arrivo del pesce coniglio, una specie aliena. “Abbiamo usato un drone subacqueo: il fondale era spoglio, senza alghe né pesci”, ricorda. Specie come il pesce coniglio, il pesce scorpione o il pesce palla maculato sono arrivate da altri mari negli ultimi anni, spinte dall’aumento delle temperature e dall’allargamento del Canale di Suez nel 2015. A Cipro, i pescatori hanno visto calare drasticamente le catture tradizionali e ora cercano di cavarsela pescando queste nuove specie.

Colpe umane: turismo, industria e pesca senza regole

Le immagini della mostra puntano il dito sulle responsabilità dell’uomo. Nel Mar Menor, la laguna costiera più grande d’Europa nel sudest della Spagna, il turismo e l’inquinamento agricolo hanno portato al collasso un ecosistema fragile. Ma è a Gabès, in Tunisia, che la situazione è più drammatica: “Ci sono spiagge che sembrano paesaggi lunari, piene di rifiuti e metalli pesanti”, racconta Bellina. Qui una fabbrica chimica nazionale ha devastato l’ambiente intorno.

Le foto mostrano carcasse di tartarughe accanto a scarpe abbandonate, pesci deformi e relitti di barche di migranti. “Quando parliamo di questi problemi dobbiamo guardarli nel loro insieme”, sottolinea Bellina. Anche la pesca industriale ha lasciato il segno: “Un tempo il pescatore era il custode del mare”, ricorda Liberti, “oggi la pesca a strascico è arrivata a livelli che non si possono più sostenere”.

La forza della resistenza: pescatori e aree protette

Non tutto è perduto. La mostra racconta anche storie di resistenza e di possibili vie d’uscita. I piccoli pescatori, spesso tra i più colpiti, diventano anche sentinelle del mare e promotori di iniziative per proteggerlo. “Abbiamo incontrato pescatori, membri di ONG, persone che si sono svegliate e sono diventate attiviste”, racconta Bellina.

Tra i segnali positivi c’è il movimento che ha portato a riconoscere il Mar Menor come ecosistema da tutelare. E poi l’impegno dell’ONG Archipelagos, fondata da un ex capitano di petroliere oggi in prima linea per difendere le acque greche.

Il caso più emblematico è quello della Fossa di Pomo, nel cuore dell’Adriatico: dal 2017 qui è nata una riserva marina internazionale dove è vietata la pesca. In pochi anni, decine di specie – dai naselli agli scampi – sono tornate a popolare l’area. “È stato un lavoro fatto insieme”, spiega Liberti, “con pescatori, governi e scienziati seduti allo stesso tavolo”. Il risultato? “Fuori dalla riserva si pesca di più, con pesci più grandi e specie che sembravano scomparse”.

Un grido d’allarme per il Mediterraneo

Con “Hotspot Mediterraneo”, gli autori lanciano un appello urgente: bisogna agire prima che la situazione sfugga di mano. “Il Mediterraneo era un regolatore del clima”, ricorda Liberti. “Oggi è una bomba a orologeria, con eventi estremi che diventano sempre più frequenti”. La speranza è che queste storie, raccolte nella mostra, spingano a prendere decisioni concrete e a trovare soluzioni che si possano estendere. Perché il futuro del Mediterraneo – e delle comunità che lo vivono – passa anche da qui.

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