Newport, 5 novembre 2025 – Una notte di Capodanno lunga e silenziosa, una porta che non si apre e un telefono che non squilla. Così è iniziato il 2025 per una giovane velista americana, reduce da un 2024 segnato da un naufragio e da una lenta risalita. Il racconto di una traversata difficile, tra paure mai sopite e la riscoperta del piacere di veleggiare, è diventato uno dei temi più discussi tra gli appassionati di vela della costa Est.
Dopo il naufragio, la paura di ripartire
Il 2024 era stato l’anno della perdita di Alliance, la barca affondata durante la Newport-Bermuda Race. “Quando lavoro, amici e passione si incrociano in un trauma, tornare alla normalità non è mai facile”, ha raccontato la protagonista, che aveva già descritto la notte del naufragio in una rivista specializzata lo scorso ottobre. Erano le tre di notte quando un boato e l’odore acre di vetroresina bruciata hanno annunciato l’urto contro un container sommerso, a 200 miglia dalla costa. In poche ore, la barca era sparita tra le onde.
Il sostegno della comunità velica è stato forte, ma la paura di rimettersi in mare restava. “Non ero sicura di voler parlare ancora di vela, né di poter tornare in oceano”, ha ammesso. Solo un invito arrivato proprio quella notte di Capodanno, da Rich – un nuovo amico con una rivista in mano – ha riacceso una scintilla: “Se non hai impegni, ti va di fare l’Annapolis-Newport con noi?”
Un equipaggio di amici e una barca fuori dal comune
La preparazione per la regata è partita in inverno. Eddie, un altro superstite dell’Alliance, si è unito all’equipaggio. Allenamenti notturni ad Annapolis, studio maniacale delle regole di regata, ore e ore di lavoro sulla barca: Rich aveva persino comprato una macchina da cucire per rifare lo spinnaker. La scelta era caduta su una Tartan 4100, battezzata Tally Ho: solida, comoda, ma niente di competitivo.
“Non saremo certo i più veloci in flotta”, aveva detto Rich chiaro e tondo. Ma per chi rientrava dopo un naufragio, una traversata tranquilla era quasi un sollievo. L’equipaggio – con John, ingegnere della SpaceX, e amici di vecchia data – somigliava più a una famiglia allargata.
I turni sono stati decisi dalla velista stessa, che ha scelto rotazioni di quattro ore di notte e sei di giorno. “Anche John faceva fatica a capire il sistema”, ha raccontato con un sorriso. Alla fine, lei e John si sono alternati in turni opposti a quelli di Rich ed Eddie: sempre almeno un esperto della barca e uno abituato all’offshore sul ponte.
Una partenza lenta e una regata insolita
La partenza dell’Annapolis-Newport Race è stata segnata da un vento quasi inesistente. “Sembrava una gara a chi riusciva a trovare un filo d’aria”, ha spiegato. Dopo poche ore, la barca arrancava in fondo alla flotta insieme a Bellatrix, uno Swan 38. L’obiettivo era arrivare a Cedar Point prima del cambio di vento, ma non ce l’hanno fatta.
“Abbiamo passato sei ore a lottare per guadagnare un nodo di velocità”, ha ricordato. A notte fonda, la scena surreale: Bellatrix li supera… mentre era ancora all’ancora. La marea era cambiata e le barche stavano tornando verso la linea di partenza. “Essere sorpassati da una barca ferma ti toglie ogni ambizione di vincere”, ha scherzato.
Tra bonacce, racconti e incontri inattesi
Le ore successive sono state segnate da bonacce interminabili, sole cocente e orologi che sembravano bloccati. Per passare il tempo, John ha recitato a memoria “Project Hail Mary” di Andy Weir, tra le risate dell’equipaggio. “È stato uno dei pomeriggi più belli mai passati in mare”, ha ammesso la velista.
Dopo 49 ore – contro le 19 dell’anno prima – sono finalmente usciti dalla baia di Chesapeake. “Eravamo così stanchi e frustrati da prenderla solo come una sfida divertente”, ha detto.
Delfini, tempeste e un piccolo ospite a bordo
Il viaggio verso Newport è proseguito tra branchi di delfini, temporali elettrici che hanno sfiorato la flotta e notti passate a navigare seguendo le stelle (con qualche errore: “Stavo seguendo un satellite Starlink invece che una stella”, ha confessato John).
Un momento speciale è stato l’arrivo di un piccolo uccellino giallo – un Tennessee warbler – che si è rifugiato a bordo dopo una tempesta. “L’abbiamo chiamato Tally”, ha raccontato Eddie. Il piccolo ha fatto compagnia per qualche ora prima di riprendere il volo.
L’arrivo: stanchi, ma felici
Dopo cinque giorni e quindici ore – più del tempo che ci vuole per fare quella distanza a piedi – Tally Ho ha tagliato il traguardo all’alba. Sulla banchina, pochi amici ad accogliere con foto sfocate e abbracci stanchi. “È stata una delle esperienze più belle della mia vita”, ha detto Mike, alla sua prima traversata offshore.
Nonostante il risultato modesto, la regata è stata una rinascita per tutti: “Mi ha ricordato perché amo il mare”, ha concluso la velista. “Abbiamo avuto sfortuna, certo, ma abbiamo riso per tutto il viaggio.” Una storia che dimostra come anche le traversate più lente possano lasciare i ricordi più forti.