Roma, 24 febbraio 2026 – Sulle coste di Fiumicino, Ostia e Anzio, i pescatori tirano le reti ogni mattina, ma il mare Tirreno che restituisce naselli e triglie non è più quello di una volta. Negli ultimi vent’anni, il clima che cambia e il traffico navale hanno rivoluzionato la vita marina. Specie “aliene” hanno trovato qui una nuova casa, mentre alcune delle presenze di sempre si sono fatte rare o sparite del tutto.
Specie aliene nel Tirreno: un fenomeno in crescita
Secondo i dati dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), negli ultimi dieci anni sono arrivate almeno venti nuove specie di pesci e crostacei nelle acque laziali. Sono animali provenienti dal Mar Rosso, dall’Atlantico o dai tropici, portati dalle correnti o entrati accidentalmente con l’acqua di zavorra delle navi cargo. “Abbiamo visto il pesce coniglio, il granchio blu e la medusa nomade – spiega il biologo marino Luca Bianchi – specie che fino a poco tempo fa qui non c’erano”.
Non è solo una questione di biodiversità. L’arrivo di queste nuove specie, spesso più aggressive o resistenti, mette in difficoltà quelle che c’erano prima. “Alcuni pesci tradizionali, come il sarago o la spigola, stanno calando – racconta Mario Ricci, pescatore di Ostia – e nelle reti finiamo sempre più spesso animali che non conoscevamo”.
Clima e traffico navale: le cause
Gli esperti sono d’accordo: il riscaldamento globale ha alzato la temperatura media del mare di circa 1,5 gradi in vent’anni. Così, il Tirreno è diventato più adatto a specie abituate a acque calde. “Dieci anni fa la temperatura in superficie era un’altra cosa – ricorda Bianchi – oggi i valori favoriscono specie tropicali”.
A questo si aggiunge il traffico navale sempre più intenso. Il porto di Civitavecchia, a due passi da Fiumicino, vede ogni anno passare più di 2.000 navi commerciali. L’acqua di zavorra che scaricano porta con sé larve e microrganismi da tutto il mondo. “È un effetto collaterale della globalizzazione – dice l’oceanografa Giulia Ferri – che però può stravolgere gli equilibri locali”.
Pesca e economia: i primi segnali
Anche il lavoro sulle banchine ne risente. I pescatori si lamentano di meno catture tradizionali e di difficoltà a vendere specie poco note al mercato. “La gente vuole orate e calamari – confida Ricci – ma ora spesso portiamo a riva pesci che nessuno sa come cucinare”.
La Cooperativa Pescatori Lazio stima che negli ultimi cinque anni il fatturato sia calato del 12%. Le nuove specie, poi, possono danneggiare le reti o competere con i pesci locali per il cibo. “Il granchio blu, per esempio, rompe le reti e si nutre di molluschi pregiati”, spiega Ferri.
Ricerca e istituzioni al lavoro
Per affrontare la situazione, sono partiti vari progetti di monitoraggio e informazione. L’Università La Sapienza ha lanciato una campagna di raccolta dati con i pescatori locali, mentre la Regione Lazio sta pensando a incentivi per cambiare le attività. “Dobbiamo imparare a convivere con questa nuova realtà – sottolinea Ferri – e magari valorizzare anche le specie arrivate da lontano”.
Non mancano però le difficoltà. Le leggi europee sulla pesca faticano a tenere il passo con un fenomeno così veloce e complesso. “Serve più flessibilità – dice Bianchi – e un dialogo continuo tra scienza, istituzioni e chi lavora sul mare”.
Un mare che cambia pelle
Al tramonto, passeggiando sul molo di Anzio, tra reti stese ad asciugare e cassette di pesce appena sbarcato, il cambiamento si vede anche a chi non è esperto. Il Tirreno resta un mare generoso, ma la sua identità sta cambiando, spinta da forze globali difficili da controllare. E i pescatori, ogni giorno, devono imparare a navigare in acque sempre più nuove e imprevedibili.