Migranti, il grido dei Scalabriniani: «Basta con il mare di morte nel Mediterraneo»

Roma, 5 febbraio 2026 – Dopo i tragici naufragi del Mediterraneo centrale, che nelle ultime settimane hanno lasciato dietro di sé 380 persone disperse, i Missionari Scalabriniani lanciano un appello urgente: “Il Mediterraneo non può restare un mare di morte”. La denuncia arriva proprio dopo nuove tragedie silenziose, consumate tra le acque che separano la Tunisia dalle coste italiane. “Quando queste vite vengono dimenticate, perdiamo tutti un pezzo della nostra umanità”, ha detto padre Francesco Buttazzo, superiore regionale Europa-Africa.

Naufragi invisibili, vite che non lasciano traccia

Secondo i Missionari Scalabriniani, nelle ultime settimane “diverse barche partite dalle coste nordafricane della Tunisia non sono mai arrivate a destinazione”. Le persone disperse – uomini, donne, bambini – sono circa 380, stando alle stime raccolte tra le organizzazioni che lavorano sul territorio. Di molte non si hanno più notizie: nessun nome, nessuna storia, nessun segno di vita. “Sono morti senza necrologio”, sottolineano i religiosi, “che non finiscono nei conteggi ufficiali e rischiano di sparire anche dalla memoria collettiva”.

Padre Buttazzo, raggiunto al telefono nel pomeriggio, ha ribadito con forza: “Dietro ogni persona morta in mare c’è un nome, una storia, legami profondi. Non possiamo abituarci a un mare che diventa confine di morte anziché luogo di incontro”. Un messaggio che i missionari portano avanti da anni, ma che con questa nuova ondata di naufragi torna a farsi sentire con urgenza.

Politica e responsabilità: il nodo delle scelte europee

Per i Missionari Scalabriniani, queste tragedie non sono casuali. “Non si tratta di eventi inevitabili o incidentali”, spiega padre Buttazzo. “Sono il risultato di scelte politiche precise: la chiusura delle vie legali per entrare in Europa, la delega del controllo delle frontiere ad altri Paesi, il ridimensionamento dei soccorsi in mare”. Una presa di posizione netta, che punta il dito contro le istituzioni europee e nazionali.

Secondo i religiosi, la normalizzazione di queste tragedie ha un doppio effetto: da una parte mette in pericolo chi cerca di fuggire da guerre e povertà; dall’altra spegne la responsabilità collettiva, trasformando il Mediterraneo in uno spazio di morte e indifferenza. “Ricordare le vittime non è solo un gesto simbolico”, spiegano gli Scalabriniani. “È un atto politico e umano. Vuol dire riconoscere che ogni persona morta aveva una vita, affetti, diritti fondamentali”.

Le richieste: vie sicure e una nuova narrazione

Nel documento pubblicato oggi, i missionari rilanciano alcune richieste che definiscono “improrogabili”. Prima di tutto, serve aprire canali legali e sicuri di ingresso, per togliere le persone dalle mani dei trafficanti e dai viaggi disperati. Ma serve anche un cambio di racconto pubblico: “Serve una comunicazione seria”, si legge nel testo, “che restituisca dignità a chi migra e a chi perde la vita alle frontiere”.

Il Mediterraneo, insistono i religiosi, non può continuare a essere un luogo di morte. Ricordare chi è scomparso significa scegliere oggi politiche che mettano al centro la vita, la dignità e il futuro delle persone. “Quando queste vite restano senza memoria”, conclude padre Buttazzo, “perdiamo tutti un pezzo della nostra umanità. Come Chiesa e come società”.

Un mare che sfida l’Europa

I numeri restano difficili da verificare – 380 dispersi solo nelle ultime settimane, secondo le prime ricostruzioni – ma il fenomeno non accenna a fermarsi. Le organizzazioni umanitarie che operano nei porti italiani parlano di arrivi sempre più rarefatti e di famiglie che aspettano notizie per giorni, spesso senza risposta.

Intanto, il dibattito sulle politiche migratorie resta acceso tra Roma e Bruxelles. Sullo sfondo, il Mediterraneo continua a restituire corpi senza nome. Eppure – dicono i missionari – solo ricordando ogni singola storia si può sperare in un cambiamento vero.

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