Genova, 5 febbraio 2026 – Navigare da soli intorno al mondo non è solo una questione di tecnica, ma un continuo esercizio di giudizio, preparazione e rispetto per il rischio. Lo sa bene Olivia Wyatt, velista statunitense e regista premiata, che dal 2019 sfida l’oceano in solitaria sulla sua barca Juniper. In un’intervista al podcast “Radios in Action”, condotto da Ray Novak di Icom America, Wyatt racconta cosa vuol dire davvero affidarsi solo a se stessi, senza equipaggio e senza margini d’errore, per settimane lontano dalla terraferma.
Solitudine e responsabilità: il prezzo delle scelte in mare aperto
“Quando sei solo in mare, ogni decisione pesa il doppio. Non puoi permetterti di sbagliare,” spiega Wyatt, che ha scoperto la vela da adulta, senza alcun legame familiare con il mare. “Ho preso la mia prima lezione da grande, e poi non ho più smesso.” Da allora, attraversare gli oceani è diventato il suo modo di vivere, con lunghi periodi in cui la costa sparisce e resta solo il rumore del vento.
La navigazione in solitaria, sottolinea, “non lascia spazio all’improvvisazione”. Ogni scelta, dalla rotta alla gestione delle emergenze, è tutta sulle sue spalle. “Non c’è nessuno a cui chiedere aiuto. Se sbagli, paghi subito.” Eppure, è proprio questa totale responsabilità a spingerla a continuare.
Comunicare o perdersi: la radio che salva la vita
Nel racconto di Wyatt emerge con forza il ruolo cruciale della comunicazione. “Avere una radio affidabile non è un lusso, ma una vera necessità,” racconta. In mare aperto, dove il telefono non prende e il tempo può cambiare in un attimo, poter lanciare un messaggio può fare la differenza tra un problema risolto e una situazione fuori controllo.
Durante una traversata, la sua barca ha subito danni seri a causa di una tempesta improvvisa. “Solo grazie alla radio sono riuscita a chiedere aiuto e ricevere istruzioni per sistemare tutto,” ricorda. In quei momenti, la tecnologia diventa un compagno invisibile: “Ti senti meno sola, anche se sei da sola.”
Prepararsi a tutto e rispettare il mare
Per Wyatt, la preparazione è tutto. Prima di ogni partenza, controlla ogni dettaglio della barca e studia le previsioni con attenzione quasi ossessiva. “Non puoi permetterti di sottovalutare nulla. L’oceano non guarda in faccia nessuno,” ammette. Spesso capita di dover aspettare giorni o settimane in porti sperduti, in attesa della finestra giusta.
Ma rispettare il rischio non vuol dire rinunciare all’avventura. “Non si tratta di coraggio cieco, ma di conoscere i propri limiti,” spiega. Più di una volta ha preferito fermarsi piuttosto che affrontare condizioni proibitive: “Meglio perdere tempo che rischiare la vita.”
Dalla barca alla telecamera: raccontare il mare senza filtri
Wyatt non è solo velista, ma anche regista e produttrice televisiva. Il suo progetto “Wilderness of Waves” racconta il viaggio sia come esperienza fisica, sia come percorso creativo. “Mostro quello che vivo perché credo sia importante far vedere anche i momenti difficili, non solo l’avventura,” dice.
Questa doppia veste di navigatrice e narratrice le permette di restituire un’immagine vera della vita in mare: fatta di attese, riparazioni improvvisate e scelte complicate. “Non c’è niente di romantico quando sei stanca e devi aggiustare qualcosa sotto la pioggia,” confessa con un sorriso.
Perché affrontare il mondo da soli?
Alla domanda su cosa spinga una persona a lasciare tutto e partire da sola per l’oceano, Wyatt risponde senza esitazioni: “È un modo per conoscersi davvero. Solo quando resti sola con te stessa capisci chi sei.” La sua storia, fatta di rischi calcolati, notti insonni e piccoli traguardi quotidiani, dimostra che la vera avventura non è sfidare il mare, ma imparare a fidarsi del proprio giudizio.
In fondo, come confida Olivia Wyatt a fine intervista, “la parte più dura non è partire. È andare avanti quando tutto sembra andare storto.” Ed è solo allora che si capisce davvero cosa significa navigare da soli intorno al mondo.