Genova, 19 dicembre 2025 – La vela sta perdendo terreno. È un dato che si sente spesso, dai moli del Porto Antico alle sale dei circoli nautici. A riaccendere la discussione nelle ultime ore è stato John K. Fulweiler, avvocato marittimo e velista appassionato, con un articolo su WindCheck Magazine. Il suo intervento, netto e senza fronzoli, ha scatenato un dibattito acceso tra esperti e appassionati.
La vela: uno sport sempre più chiuso e snob
Fulweiler non ci gira intorno: la vela soffre di un certo “snobismo”. “Ogni sport ha i suoi snob, ma la vela è quella che più esclude chi non è del giro”, scrive. A Genova come a Trieste, chi si avvicina per la prima volta lo conferma. “Mi sono sentita fuori posto”, racconta Chiara, 27 anni, che ha frequentato un corso estivo al Circolo Nautico di Nervi. “Tanti termini difficili, poca voglia di spiegare”. Non è solo un problema di parole, ma anche di atteggiamento.
Circoli nautici, tra tradizione e necessità di aprirsi
Per Fulweiler, la chiave sta nel rendere la vela più accessibile. “Bisogna far salire a bordo anche chi non ha mai provato una barca”, dice. Ma non tutti la pensano così. C’è chi teme che aprirsi troppo significhi perdere la tradizione. I numeri però parlano chiaro. La Federazione Italiana Vela segnala un calo del 9% dei tesserati under 18 nel 2024 rispetto all’anno prima. “Se non arrivano nuovi velisti, rischiamo di diventare uno sport per pochi, come la scherma o l’ippica”, ammette il presidente di un circolo ligure.
Tecnologia: aiuto o barriera?
Un altro nodo è l’uso eccessivo della tecnologia. Fulweiler parla di “Fisherian Runaway”, un fenomeno dove l’innovazione tecnica sfugge di mano e diventa un problema. “Le barche sono sempre più sofisticate, ma anche più difficili da usare”, spiega Marco, istruttore a Porto Venere. “Per un giovane che vuole iniziare, i costi e la complessità sono un muro”. D’altro canto, proprio la tecnologia ha permesso alla vela italiana di brillare nell’America’s Cup. Un paradosso difficile da risolvere.
Promozione e comunicazione: serve cambiare marcia
Secondo Fulweiler, il settore deve rivedere il modo di promuovere la vela. “Non basta mostrare regate spettacolari o barche da sogno”, scrive. Serve raccontare storie vere, far vedere cosa succede nei circoli, coinvolgere le scuole. “Quando porto i miei studenti in barca – dice Silvia, insegnante a La Spezia – vedo entusiasmo e curiosità. Ma poi manca il seguito: pochi sanno dove continuare”. Un problema che riguarda sia la comunicazione sia le strutture.
Il futuro della vela è nelle mani dei giovani
Il rischio, dicono Fulweiler e molti nel settore, è che la vela diventi sempre più un gioco per pochi. “Senza nuovi praticanti – avverte – finiremo come il roller derby o le corse d’epoca: sport per appassionati ristretti”. I dati non mentono: negli ultimi dieci anni, secondo l’Osservatorio Sportivo Nazionale, le scuole vela hanno perso circa il 15% degli iscritti tra i 10 e i 16 anni.
Un appello per cambiare rotta
“Non ho soluzioni già pronte”, chiude Fulweiler. “Forse qualcun altro ce l’ha”. La sensazione è che serva uno sforzo comune: dai circoli alle federazioni, dalle famiglie alle istituzioni locali. Solo così la vela potrà tornare a essere uno sport aperto a tutti, non un lusso per pochi.