Roma, 9 febbraio 2026 – Niscemi e il Mediterraneo sono stati, tra il 14 e il 21 gennaio, il palcoscenico di due tragedie che hanno scosso il Paese. Da un lato, oltre 1.500 persone senza casa dopo la frana che ha devastato il paese siciliano. Dall’altro, circa mille migranti dispersi in mare, nel disperato tentativo di raggiungere le nostre coste. Due eventi diversi, ma uniti da una domanda che pesa: quanto conta davvero l’indifferenza delle istituzioni davanti a queste emergenze?
Frana a Niscemi e migranti in mare: due disastri annunciati
A Niscemi, la notte del 15 gennaio, la terra ha ceduto senza preavviso. Le case, molte costruite in zone a rischio, sono crollate sotto la forza dell’uragano Harry. “La frana era inevitabile”, ha detto l’ex governatore della Sicilia, oggi ministro, quasi a voler scaricare tutta la colpa sulla natura. Ma i dati della Protezione Civile raccontano un’altra storia: la zona era da anni segnalata come ad alto rischio. Nessuno ha preso misure serie per mettere in sicurezza il territorio. Nessun investimento strutturale. Solo quando ormai tutto era perduto sono arrivati i soccorsi.
Intanto, sulle coste tunisine, centinaia di migranti si preparavano a partire da Sfax. Spinti dalle violenze nei campi di raccolta e dai rastrellamenti della polizia locale. “Non avevamo altra scelta”, ha raccontato un sopravvissuto ai volontari di Medici Senza Frontiere. Il mare era in tempesta, ma le partenze non si sono fermate. Il bilancio è drammatico: almeno mille persone disperse, secondo le prime stime dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni.
Non è solo il destino: le scelte che hanno fatto la differenza
In entrambi i casi, i discorsi ufficiali hanno puntato il dito contro le cause naturali: il mare crudele, la terra che frana. “È colpa del mare”, hanno ripetuto in molti. Dietro questa frase però si nasconde una verità più dura: sono state le scelte politiche a decidere le sorti di queste tragedie. A Niscemi, anni di espansione edilizia selvaggia e di mancata prevenzione hanno lasciato il paese vulnerabile. Nel Mediterraneo, la chiusura dei canali legali d’ingresso e l’affidamento della gestione dei flussi migratori a governi come quello tunisino hanno trasformato la traversata in una roulette russa.
Un rapporto di Amnesty International, pubblicato il 22 gennaio, è chiaro: “Le politiche europee e italiane hanno reso più pericolosi i viaggi dei migranti”. Eppure, pochi giorni dopo i naufragi, alcuni politici si sono detti soddisfatti per il calo degli sbarchi sulle nostre coste.
L’abbandono di Niscemi e il silenzio del Mediterraneo
A Niscemi, le famiglie senza casa hanno passato le prime notti in palestra o nelle auto parcheggiate lungo via Madonna. “Ci sentiamo abbandonati”, ha raccontato Maria Lo Bianco, 47 anni, madre di tre figli. Gli aiuti sono arrivati solo dopo due giorni. Nel frattempo, i volontari della Caritas hanno raccolto coperte e generi di prima necessità per chi aveva perso tutto.
Nel Mediterraneo, invece, il silenzio è stato quasi totale. Nessuna parola ufficiale sulle vittime. Solo un comunicato della Guardia Costiera tunisina che parlava di “operazioni contro l’immigrazione illegale”. Secondo le Nazioni Unite, tra il 14 e il 21 gennaio ci sono stati almeno sette naufragi tra Sfax e Lampedusa.
Due crisi che mettono in crisi l’Italia
Queste due tragedie – diverse ma simili – mettono in discussione la capacità dello Stato di proteggere chi è più fragile. Da anni, dicono le associazioni locali, manca un progetto che metta al centro la dignità e il benessere delle persone. “Si preferisce parlare di emergenza, invece di investire in prevenzione”, spiega don Salvatore Greco, parroco di Niscemi.
Nel frattempo, il nuovo Patto europeo sulle migrazioni sta per entrare in vigore. Molti temono che peggiorerà le cose, rafforzando le politiche di chiusura e riducendo ancora i canali legali di ingresso.
Il Mediterraneo, specchio di un’Italia che non vuole vedere
Il disastro di Niscemi e la strage in mare raccontano un Paese che fatica a prendersi le proprie responsabilità. Le storie delle famiglie siciliane senza casa e dei migranti dispersi si sfiorano, senza mai incontrarsi. Ma lanciano la stessa domanda: quanto ancora possiamo permetterci di restare indifferenti?