Riflessioni sul double handing: l’arte di navigare in coppia

Sydney, 26 gennaio 2026 – La vittoria di un equipaggio double handed alla Sydney Hobart Race 2025 e la presenza di ben sette team su dieci ai vertici della classifica provenienti da questa categoria hanno riacceso il dibattito sulla vela d’altura a due persone. Il confronto, acceso tra sostenitori e detrattori, si concentra ora su un punto chiave: il ruolo dell’autopilota nelle regate offshore.

Double handed in ascesa, ma l’autopilota fa discutere

Negli ultimi anni, la crescita delle regate double handed – cioè con solo due persone a bordo – ha portato una ventata di novità nel mondo della vela. Eventi storicamente dominati da equipaggi numerosi, come la Sydney Hobart, hanno visto cambiare gli equilibri. La vittoria del duo nell’ultima edizione è stata per molti un segnale forte. Ma questa svolta ha anche sollevato dubbi sulla parità di condizioni tra chi gareggia in doppio e chi naviga con un equipaggio completo.

Autopilota: vantaggio o necessità?

Al centro del dibattito c’è l’autopilota, uno strumento che – come spiega Frederic Berg, velista esperto e figura di riferimento nel settore – dà ai double handers un vantaggio difficile da misurare. “L’autopilota non si stanca, non si distrae, non litiga con nessuno”, ha detto Berg in un’intervista recente. “Con le tecnologie di oggi, spesso fa meglio di un uomo al timone”. I dati gli danno ragione: grazie a sensori e algoritmi sempre più precisi, questi sistemi mantengono la rotta anche nelle situazioni più difficili.

Per molti organizzatori, l’autopilota è una questione di sicurezza quando si naviga in due. “È impensabile affrontare una traversata oceanica senza poter contare su un aiuto elettronico”, ha ammesso un membro del comitato della Sydney Hobart. C’è però chi chiede regole più rigide: limitare l’uso dell’autopilota solo a manovre particolari o emergenze, per evitare che diventi decisivo ai fini della gara.

Voci dal campo: esperienze a confronto

Frederic Berg racconta la sua esperienza: “Nel 2018 ho partecipato alla Pacific Cup da San Francisco alle Hawaii su un Antrim 27, sempre in double handed. Abbiamo scelto di non usare l’autopilota e siamo comunque andati bene”. Per lui, questa scelta ha dimostrato che si può affrontare una regata impegnativa anche senza affidarsi alla tecnologia. “È stato molto più soddisfacente”, confida. “Non dico che sia la strada giusta per tutti, ma è importante aprire il dibattito”.

Non tutti la pensano così. Alcuni velisti ricordano che la fatica fisica e mentale in una regata lunga può mettere a rischio la sicurezza. “Senza autopilota sarebbe impossibile riposare”, ha spiegato un concorrente all’ultima Sydney Hobart. Altri sottolineano che la vera sfida sta nel trovare un equilibrio tra tecnologia e abilità umana.

Regole in movimento e scenari futuri

Le norme sulle principali regate offshore non sono ancora uniformi. In alcune competizioni l’autopilota è permesso senza limiti per i double handers, in altre si discute di introdurre restrizioni. La World Sailing, federazione internazionale della vela, ha aperto un tavolo tecnico per valutare possibili cambiamenti. “Vogliamo ascoltare tutte le parti”, ha spiegato un portavoce. “La priorità resta la sicurezza, ma non possiamo ignorare chi chiede più equità”.

Intanto, il successo dei team double handed continua a far discutere. Tra gli addetti ai lavori c’è la sensazione che questa tendenza crescerà ancora nei prossimi anni. Solo allora – forse – si troverà un punto d’incontro tra tradizione e innovazione.

Autopilota e doppio equipaggio: un dibattito ancora aperto

Il tema dell’autopilota nelle regate double handed resta caldo. C’è chi lo vede come uno strumento indispensabile per la sicurezza, e chi invece teme che possa cambiare troppo lo spirito della competizione. Nel frattempo, i protagonisti della vela d’altura continuano a confrontarsi – sulle banchine e in mare – per capire qual è il vero senso della sfida offshore.

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