Ritrovamenti drammatici: i corpi dei migranti riemergono dalle acque del ciclone Harry

Reggio Calabria, 20 febbraio 2026 – Sulle spiagge di Calabria e Sicilia stanno riaffiorando, in queste settimane, i corpi dei migranti morti in mare durante il passaggio del ciclone Harry, che ha investito il Sud Italia tra il 18 e il 21 gennaio. Secondo un conteggio aggiornato dal quotidiano Il Manifesto, finora sono 14 le vittime recuperate, ma riconoscerle si annuncia ancora una volta una sfida complicata.

Corpi sulle coste, indagini aperte

Negli ultimi quindici giorni, le autorità locali hanno trovato diversi cadaveri lungo la costa tirrenica calabrese e quella orientale siciliana. In provincia di Cosenza, tre salme sono state scoperte: una a Scalea l’8 febbraio, una ad Amantea il 12 e un’altra vicino a Paola il 17. Sempre il 17, un corpo è stato rinvenuto sulla spiaggia Le Roccette di Tropea, in provincia di Vibo Valentia. In Sicilia, tra il 5 e il 16 febbraio, sono stati recuperati dieci corpi: cinque al largo di Pantelleria in due interventi separati, uno a San Vito Lo Capo, uno a Marsala (che indossava ancora un giubbotto salvagente), uno a Trapani, uno a Petrosino e l’ultimo mercoledì scorso a Frassino, frazione di Custonaci.

Le procure di Paola e Vibo Valentia hanno aperto indagini e ordinato le autopsie. Lo stato di decomposizione delle salme suggerisce che la morte risalga a giorni prima del ritrovamento. Gli inquirenti pensano che le vittime siano rimaste coinvolte nei naufragi scatenati dal ciclone Harry, che ha investito il Mediterraneo centrale con venti oltre i 100 km/h e onde alte fino a nove metri.

Soccorso in mare e testimonianze dirette

Il 24 gennaio, Sergio Scandura, giornalista di Radio Radicale che da anni segue le operazioni nel Mediterraneo, ha diffuso un rapporto della guardia costiera: otto interventi di ricerca e soccorso (SAR) per altrettante imbarcazioni partite tra il 14 e il 21 gennaio da Sfax, in Tunisia. Secondo i dati ufficiali, a bordo c’erano circa 380 migranti, ma alcune ONG stimano che i dispersi dopo il ciclone siano più di mille. Queste cifre si basano sulle testimonianze raccolte da amici e parenti delle persone partite.

Di quelle otto imbarcazioni non si hanno più notizie. Tra il 23 e il 24 gennaio, Ramadan Konte, cittadino della Sierra Leone soccorso a sud di Malta, ha raccontato di essere partito da Sfax con altre cinquanta persone: “La barca si è ribaltata. Sono stato fortunato”, ha detto ai soccorritori.

Identificare i corpi: un’impresa difficile

Ricostruire la provenienza e l’identità dei morti in mare resta un lavoro arduo. Valentina Delli Gatti e Sara Biasci, operatrici dell’associazione Memoria Mediterranea, spiegano che in teoria l’identificazione dovrebbe passare dai test del DNA disposti dalle procure. Nella pratica, però, manca un sistema internazionale che permetta di mettere a confronto i campioni raccolti: “Non esiste un database globale dei profili genetici dei migranti trovati morti”, sottolinea Biasci. In Italia c’è una banca dati nazionale del DNA, ma non si sa bene quanto sia aggiornata o se comprenda queste vittime.

Anche quando i familiari cercano notizie — spesso rivolgendosi ad associazioni come Memoria Mediterranea — le procedure per raccogliere campioni di DNA sono lunghe e complesse. Spesso i parenti vivono in paesi fuori dall’Europa e il riconoscimento fotografico, quando possibile, viene evitato per non rischiare errori e per non aggiungere dolore alle famiglie.

Croce Rossa: aiuti limitati e difficoltà sul campo

La Croce Rossa cerca di agevolare l’identificazione con il programma “Restoring Family Links”, che permette ai parenti di chiedere prelievi e confronti genetici. “Ma questa strada ha portato a pochi risultati concreti”, ammette Biasci. Le difficoltà sono molte: spesso gli uffici della Croce Rossa nei paesi d’origine si trovano solo nelle capitali, lontani dai villaggi da cui partono molti migranti.

Secondo Delli Gatti e Biasci, però, il vero problema è l’assenza di un obbligo formale per recuperare i corpi. Le autorità spiegano che le condizioni meteo dopo i naufragi complicano le operazioni e che le imbarcazioni non sono attrezzate per conservare le salme.

Naufragi fantasma: tragedie senza volto

Il recupero dei corpi è reso più difficile dalla mancanza di informazioni sul numero reale delle partenze dalle coste africane e sui dispersi. Alcune barche non vengono mai individuate né dai sistemi ufficiali né dalle ONG: affondano senza lasciare traccia. Solo quando le mareggiate riportano i corpi sulle spiagge si scopre la tragedia dei cosiddetti “naufragi fantasma”.

In queste settimane, mentre la cronaca registra luoghi e date dei ritrovamenti, resta aperta la questione della memoria e del riconoscimento di chi ha perso la vita tentando di attraversare il Mediterraneo. Una memoria che rischia di rimanere senza volto e senza storia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

PNFPB Install PWA using share icon

For IOS and IPAD browsers, Install PWA using add to home screen in ios safari browser or add to dock option in macos safari browser