Roma, 8 febbraio 2026 – Un nuovo trattato internazionale per la tutela dell’alto mare è stato firmato oggi a New York, nella sede delle Nazioni Unite. Un risultato atteso da anni, che segna un passo avanti importante per la protezione del più vasto habitat del pianeta. L’accordo, sottoscritto da oltre 70 Paesi, punta a mettere un freno alle attività umane nelle acque internazionali. Finora, l’assenza di regole chiare aveva aperto la porta a sfruttamento indiscriminato e rischi per l’ambiente. La firma è avvenuta alle 11.30 locali, alla presenza del Segretario generale António Guterres e di molte delegazioni, tra cui quella italiana guidata dal ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin.
L’alto mare trova finalmente regole chiare
L’alto mare copre circa il 60% degli oceani e quasi la metà della superficie terrestre, ma finora non aveva norme vincolanti a tutela delle sue risorse. “Bisognava colmare un vuoto che metteva a rischio la biodiversità e le risorse marine”, ha spiegato il ministro Pichetto Fratin ai giornalisti. Il nuovo trattato introduce strumenti concreti: si potranno creare aree marine protette, valutare l’impatto ambientale delle attività industriali e condividere i benefici delle risorse genetiche marine.
Secondo l’ONU, finora solo l’1% dell’alto mare godeva di qualche forma di tutela. “Con questo accordo – ha detto Guterres – si apre una nuova era per la gestione degli oceani”. Il testo prevede anche controlli rigorosi e sanzioni per chi infrange le regole, un tema su cui molti Paesi avevano mostrato dubbi durante i negoziati.
Biodiversità marina sotto pressione
Gli scienziati lanciano l’allarme da tempo: l’alto mare ospita migliaia di specie ancora sconosciute ed è fondamentale per l’equilibrio del clima globale. Ma pesca intensiva, traffico navale e inquinamento mettono a rischio interi ecosistemi ogni anno. “In alcune zone abbiamo visto un calo del 40% delle popolazioni ittiche”, ha raccontato la biologa marina Silvia Giordano dell’Università di Trieste. La comunità scientifica chiede da tempo regole più severe per evitare danni che potrebbero diventare irreversibili.
Il trattato, frutto di oltre dieci anni di trattative, fissa criteri precisi per autorizzare attività come la pesca e le esplorazioni minerarie. Solo così, dicono gli esperti, si potrà fermare il declino e garantire un futuro agli oceani.
L’Italia in prima linea
Con i suoi 7.500 chilometri di coste e una lunga tradizione marittima, l’Italia ha spinto fin dall’inizio per un accordo globale. “Proteggere l’alto mare è una priorità anche per il nostro Paese”, ha sottolineato il ministro Pichetto Fratin nel suo discorso. Fonti del ministero dell’Ambiente confermano l’impegno di Roma per una rapida ratifica del trattato in Parlamento.
Le associazioni ambientaliste italiane hanno accolto con entusiasmo la notizia. “È un passo avanti importante, ma ora servono controlli veri”, ha commentato Donatella Bianchi, presidente del WWF Italia. Restano aperti nodi delicati, come i finanziamenti per la tutela e la collaborazione tra Stati.
Cosa succederà ora?
Il trattato sull’alto mare entrerà in vigore dopo che almeno 60 Paesi lo avranno ratificato. Secondo l’ONU, questo potrebbe richiedere da 12 a 24 mesi. Nel frattempo, le ong chiedono chiarezza e tempi certi. “Non possiamo permetterci altri ritardi”, ha detto Rebecca Lent della High Seas Alliance.
Qualche Paese, come Cina e Russia, ha espresso riserve su alcune regole legate allo sfruttamento delle risorse minerarie. Ma la maggioranza ha ribadito l’urgenza di muoversi. “Gli oceani non possono più aspettare”, ha concluso Guterres davanti ai delegati.
La firma di oggi segna una svolta nella battaglia per salvare gli oceani. Ma, come ricordano gli esperti, solo mettendo in pratica queste nuove regole si potrà davvero proteggere l’alto mare e il futuro delle prossime generazioni.