Oslo, 25 novembre 2025 – Il veliero norvegese Statsraad Lehmkuhl, con i suoi tre maestosi alberi e la carena bianca che spicca anche nei porti più grigi, ha ripreso il largo. Da gennaio, questa nave centenaria è protagonista della One Ocean Expedition, un viaggio di dodici mesi che toccherà porti in ogni continente per accendere i riflettori sulle sfide che affliggono i nostri oceani. Non solo un pezzo di storia, ma anche un vero e proprio laboratorio galleggiante: a bordo, scienziati e studenti raccolgono dati su correnti, plancton e persino i canti delle balene.
Una strada nuova per la ricerca sugli oceani
Mentre in molti Paesi i fondi pubblici per la ricerca scientifica si assottigliano, il progetto norvegese offre una risposta concreta: usare navi storiche per studiare il mare, riducendo i costi e coinvolgendo la società civile. “La nave deve comunque navigare”, spiega Lucie Cassarino, coordinatrice scientifica della spedizione. “Perché non approfittarne per raccogliere dati e sostenere la scienza degli oceani?”. Una domanda semplice che ha cambiato tutto: nel 2024, il vecchio negozio di souvenir è stato trasformato in laboratorio, con sensori e idrofoni installati per tenere sotto controllo l’ambiente marino.
Dalla tradizione a una missione globale
Statsraad Lehmkuhl – che significa “Ministro Lehmkuhl”, dal nome del politico che nel 1921 guidò l’acquisto della nave dall’Inghilterra – è stata per anni una scuola di vela. Dal 1978, però, la sua missione si è allargata: divulgazione e formazione pubblica. Nel 2021 è stata protagonista della prima One Ocean Expedition, diventando ambasciatrice del Decennio del Mare delle Nazioni Unite. Oggi, con Cassarino e Natacha Fabregas alla guida scientifica, la nave ha potenziato gli strumenti di ricerca, ampliato lo spazio per i laboratori e allestito una squadra pronta a raccogliere dati in ogni porto.
Ricerca più accessibile e meno costosa
Il finanziamento arriva da più fronti: la nave è noleggiata da enti come l’Accademia Navale Norvegese, ma anche privati possono prenotare un posto per alcune tratte. A completare il quadro ci sono quote associative, donazioni e partnership pubbliche e private. Così, chi fa ricerca paga solo il viaggio – circa 1.200 dollari per una settimana – contro i 2.000 dollari al giorno di una nave oceanografica tradizionale. “Per gli scienziati è un risparmio importante”, sottolinea Cassarino. E non è tutto: la nave può ospitare fino a 150 persone, cinque volte più di una normale nave da ricerca.
Chi non può viaggiare può comunque partecipare. Il team raccoglie campioni per conto terzi, basta inviare gli strumenti necessari. “Lo facciamo gratis”, aggiunge Cassarino. Un modo per allargare l’accesso ai dati e coinvolgere anche chi resta a terra.
Il mare da vivere, insieme
A bordo non ci sono cabine private: tutti dormono in amache, in un unico grande spazio. La giornata è scandita da turni di guardia e lavoro di squadra nelle manovre. “Si crea un vero spirito di comunità”, racconta Cassarino. La navigazione a vela riduce rumore e inquinamento: “Ogni volta che possiamo, spegniamo il motore”, spiega la coordinatrice. Questo aiuta anche a migliorare la qualità dei dati raccolti dagli idrofoni, come le registrazioni dei canti dei globicefali mostrate al pubblico durante la tappa a Seattle.
Dati dal mondo per sfide globali
La nave non resta a lungo in un solo posto, ma offre uno sguardo d’insieme sulle condizioni degli oceani. I dati – su plancton, correnti, temperature e inquinamento – sono trasmessi online in tempo reale. “Per costruire modelli climatici servono informazioni da ogni angolo del pianeta”, ricorda Cassarino. Durante una traversata nel Mare di Norvegia, il team ha documentato due vortici oceanici: uno portava acqua in profondità, l’altro risaliva con nutrienti, attirando pesci e mammiferi marini.
Un modello da seguire
Il successo della Statsraad Lehmkuhl apre nuove strade per la ricerca marina. In passato, anche navi da crociera sono state usate per raccogliere dati scientifici; oggi progetti come Positive Polar vogliono finanziare studi ambientali con i ricavi del turismo. Iniziative più piccole – come SurfStainable, che coinvolge surfisti e diportisti nella raccolta di campioni – dimostrano che la partecipazione del pubblico può fare la differenza.
Ogni volta che la nave attracca, l’interesse è forte. “La gente vuole salire a bordo”, racconta Cassarino. Durante gli eventi pubblici invita i visitatori a partecipare ai prelievi d’acqua: “Credo che il modo migliore per cambiare le cose sia parlare con le persone, mostrare quello che facciamo”. Forse è questa la vera rotta: navigare insieme verso una nuova consapevolezza degli oceani.