Napoli, 26 gennaio 2026 – Si è spento il 24 gennaio all’età di 76 anni David Abulafia, storico britannico e docente emerito a Cambridge, figura di riferimento negli studi sulla storia marittima mondiale. Il suo libro più celebre, “The Boundless Sea” (“Il mare senza confini”), uscito lo scorso anno in Gran Bretagna, ha acceso anche in Italia un grande interesse. Abulafia era infatti ospite d’onore al festival Lezioni di Storia a Napoli, evento promosso da Laterza e dalla Regione Campania. Un’opera imponente, oltre mille pagine, che invita a ripensare la storia del mondo non guardando ai confini dei continenti, ma seguendo coste e rotte degli oceani.
Il mare che unisce le storie
In una lunga intervista del 2020, Abulafia spiegava come il mare sia, più delle terre emerse, il vero filo che tiene insieme la storia umana. “Se diamo più peso agli spazi marittimi anziché alle masse continentali, iniziamo a vedere le connessioni tra i luoghi”, diceva. E faceva esempi concreti: marinai indonesiani che nel Medioevo colonizzarono il Madagascar, o la diffusione del buddhismo e dell’islam lungo l’Oceano Indiano, fino a raggiungere Cina e Giappone. “Le rotte marittime sono fondamentali”, sottolineava.
Abulafia amava raccontare storie che smontano la narrazione eurocentrica. Nel suo libro il Pacifico diventa un protagonista assoluto: un “continente d’acqua”, come lui lo definiva, dove popolazioni senza scrittura navigavano tra le isole grazie a un’intuizione straordinaria del mare. “Erano maestri della navigazione”, ricordava, raccontando di un capitano europeo dell’Ottocento che, smarrito durante una tempesta, si affidò all’equipaggio polinesiano. “Non ti preoccupare capitano, ti porteremo noi”, dissero. E così fu.
La Cina e il ritorno sulle acque
Tra i temi chiave, Abulafia ha sempre messo in luce il ruolo della Cina nella storia delle vie marittime. “Il legame della Cina con il mare è cambiato molto nel tempo”, spiegava. Nel XII secolo, con le residenze imperiali spostate a sud, lontane dalle rotte via terra, la Cina intensificò i commerci marittimi verso Giava e le isole delle spezie. Nel Quattrocento, sotto l’ammiraglio Zheng He, la flotta cinese solcò gli oceani per mostrare la forza dell’impero, anche se per un periodo breve.
Oggi, diceva Abulafia, la Cina ritorna a navigare su scala globale richiamando quei momenti: da una parte una grande flotta mercantile, dall’altra una presenza politica e commerciale in porti di ogni continente. “La bandiera cinese che sventola sui container dal Sudamerica all’Africa ha un peso politico chiaro”, osservava.
Rotte marittime e centralità europea
Guardando alla storia mondiale attraverso le rotte marittime, Abulafia sottolineava come l’epoca delle grandi scoperte abbia segnato una svolta. Gli europei si inserirono nei traffici globali, collegando Indonesia, Portogallo, Fiandre e poi America. Ma, avvertiva, le reti locali – gestite da mercanti malesi, tamil, arabi – restarono vitali per secoli. “Dietro gli scontri militari c’era un commercio che continuava a correre”, ricordava, citando i genovesi che facevano affari con gli egiziani anche durante le Crociate.
Il Mediterraneo, in questa chiave, si presenta come un luogo di unione e divisione. Se ai tempi dei romani era un’area integrata di scambi, nell’Alto Medioevo diventò frontiera tra mondi opposti. Ma anche nei momenti di conflitto, i mercanti europei mantenevano stazioni commerciali in Nord Africa, protetti dai governanti locali.
Gran Bretagna, tra passato e nuove sfide
Negli ultimi tempi, il dibattito sulla posizione della Gran Bretagna dopo la Brexit ha riportato sotto i riflettori la sua immagine di potenza navale. Abulafia commentava con lucidità: “Questo Paese ha sempre guardato a due direzioni: verso l’Europa e verso il mondo”. Dall’epoca elisabettiana, Londra ha avuto un ruolo globale che oggi si vede soprattutto nei servizi finanziari della City. “L’oceano è più che altro un’ispirazione”, ammetteva, senza però escludere che il Regno Unito possa ritrovare una vocazione commerciale diversa dal passato.
Con la morte di David Abulafia si chiude un capitolo importante negli studi sulla storia del mare. Il suo invito a cambiare prospettiva – guardare alle onde più che ai confini – resta un’eredità preziosa per chi vuole capire davvero come si sono intrecciate le storie dei popoli.