Roma, 4 novembre 2025 – Nel Mediterraneo, la corsa agli armamenti non è mai stata solo una questione tecnica. Ogni acquisto racconta una scelta precisa: un’alleanza, una strategia, una posizione nel grande gioco geopolitico. Secondo il Sipri, nel 2024 la spesa militare mondiale ha raggiunto un nuovo record: 2.718 miliardi di dollari. E a dominare il mercato degli armamenti per i Paesi affacciati su questo mare restano gli Stati Uniti. Un segnale chiaro di quanto il Mediterraneo sia sempre più al centro delle tensioni globali.
Spesa militare in aumento: nuovi equilibri in gioco
Il rapporto del Sipri (Stockholm International Peace Research Institute) mostra una crescita della spesa militare globale del 9,4% rispetto al 2023, arrivando al livello più alto mai visto. La spesa è salita al 2,5% del Pil mondiale e supera il 7,1% dei bilanci pubblici medi. In Europa la crescita è stata ancora più forte: +17%, per un totale di 693 miliardi di dollari. Nel Medio Oriente la spesa è cresciuta del 15%, raggiungendo i 243 miliardi.
Dietro questi numeri c’è un fenomeno di militarizzazione in aumento. E la scelta di chi compra le armi non è mai casuale. “Ogni contratto è un messaggio”, spiegano gli esperti del Sipri. Nel Mediterraneo, questi messaggi si moltiplicano.
Gli Stati Uniti tengono la scena
Tra il 2020 e il 2024, 9 Paesi su 21 del Mediterraneo hanno scelto gli Stati Uniti come principale fornitore di armamenti. Washington resta il punto di riferimento, grazie a sistemi avanzati e offerte economiche vantaggiose. La presenza americana è più forte soprattutto nei Paesi della sponda nord-orientale e nei Balcani.
La Russia, al contrario, ha visto calare drasticamente la sua influenza dopo l’invasione dell’Ucraina. I legami più solidi restano con l’Algeria e la parte orientale della Libia. “Il mercato russo è in contrazione”, ha detto un diplomatico europeo a Bruxelles. “Le sanzioni si fanno sentire”.
Scelte diverse, equilibri fragili
Le strategie cambiano da Paese a Paese. In Albania, Montenegro e Bosnia, gli Stati Uniti sono al centro della modernizzazione militare, con l’obiettivo di mantenere l’interoperabilità con la Nato. In Slovenia l’Italia è protagonista soprattutto negli elicotteri e nel trasporto tattico. La Croazia ha puntato sulla Francia per rinnovare la sua aeronautica con i caccia Rafale.
In Grecia, la preferenza per forniture francesi, sia navali che aeree, ha anche un peso strategico nel confronto con la Turchia. L’Italia, pur esportando soprattutto sistemi navali, dipende ancora dagli Stati Uniti per alcune capacità chiave, come i caccia di quinta generazione.
Le potenze medie europee, come Francia e Spagna, puntano soprattutto sulla produzione interna, ricorrendo all’estero solo per esigenze specifiche.
Nord Africa e Medio Oriente: tra alleanze e tensioni
Sulla sponda sud del Mediterraneo, la situazione si fa più complicata. Il Marocco rafforza il legame con gli Stati Uniti e integra forniture israeliane per tenere il passo con l’Algeria, che resta fedele alla Russia per sistemi terrestri e antiaerei. L’Algeria ha il budget militare più alto del Maghreb ed è stata tra le prime a dotarsi di caccia russi di quinta generazione.
In Libia, la divisione interna si riflette anche nelle armi: la Tripolitania si affida alla Turchia, mentre la Cirenaica guarda a Mosca. La Tunisia, con risorse più limitate, sceglie pacchetti statunitensi mirati alla sicurezza interna e al controllo dei confini.
Nel Medio Oriente, Israele conferma un rapporto stretto con Washington, basato su piattaforme sviluppate insieme e finanziamenti federali. Nel 2024 la spesa militare israeliana è cresciuta del 65%, arrivando a 46,5 miliardi di dollari (pari all’8,8% del Pil). La Siria resta ai margini, ma fonti diplomatiche segnalano che potrebbe tornare sul mercato internazionale se le sanzioni si allentano.
La Turchia, infine, cerca vie alternative ai fornitori tradizionali e avvia nuove collaborazioni con Paesi come la Spagna nei settori navale e aeronautico.
Un Mediterraneo dove ogni scelta conta
Nel Mediterraneo, gli acquisti militari sono un delicato equilibrio tra politica e industria. Non basta scegliere il sistema d’arma, conta anche da chi arriva e quale filiera si attiva. I dati del Sipri confermano che l’egemonia americana resta forte; la Russia perde terreno; le potenze medie europee si ritagliano spazi, ma senza dominare.
In un’area segnata da insicurezza marittima, tensioni energetiche e competizione tra grandi potenze, ogni contratto d’arma è una dichiarazione chiara. Un segnale preciso su dove e con chi ogni Paese decide di stare.