Washington, 5 gennaio 2026 – La US Navy non è in crisi, ma di certo sta attraversando un momento di forte tensione operativa. Tra errori nei programmi d’acquisto, incertezze strategiche e un settore industriale sotto pressione, la competizione con la Cina nel Pacifico si fa sempre più dura. È quanto emerge da analisi e dichiarazioni raccolte nelle ultime settimane al Pentagono e tra i principali think tank americani.
Zumwalt e LCS: acquisti sbagliati e flotte troppo piccole
Negli ultimi dieci anni la Marina ha lanciato programmi ambiziosi come i cacciatorpediniere Zumwalt e le Littoral Combat Ship (LCS). Ma i risultati sono stati ben lontani dalle attese. Il Zumwalt, pensato per attacchi a terra e operazioni stealth, oggi conta solo tre unità operative. Il progetto delle armi principali è stato abbandonato. Ora si parla di riconvertirle per ospitare missili ipersonici, almeno sulla carta. Le LCS, invece, sono state costruite in due varianti, ma nessuna ha mai raggiunto l’affidabilità sperata. Alcune sono già state tolte dal servizio, nonostante siano relativamente giovani e poco usate. “Abbiamo speso una montagna di risorse in formazione, logistica e manutenzione per navi che non hanno mai funzionato davvero”, ha ammesso un ufficiale della Marina durante un’audizione al Congresso.
Troppi cambi di rotta: la confusione che rallenta tutto
La Marina è impigliata in un continuo giro di ripensamenti e cambi di progetto, il cosiddetto concept churn. Questo rallenta le decisioni e disperde soldi e energie. Solo questa settimana è stato presentato il nuovo progetto BBG(X), soprannominato “Trump-class battleship”, che promette carichi missilistici pesanti, spazi per elicotteri e droni, armi a energia diretta e persino railgun. Un’idea che ha lasciato perplessi molti esperti. “Il concetto di corazzata è superato da decenni. Qui sembra più una ricerca di identità che una risposta a bisogni concreti”, ha spiegato Harrison Kass, esperto militare e autore su strategia navale americana.
Le portaerei sotto tiro: la sfida cinese e nuove difese
Le portaerei restano il cuore della potenza navale statunitense. Ma le minacce sono cambiate: dai missili balistici anti-nave alle armi ipersoniche, senza contare le reti di sorveglianza sempre più fitte. Tutto questo mette in dubbio la loro invulnerabilità. “Le portaerei sono ancora fondamentali, ma non sono più inattaccabili”, ha ammesso il Segretario alla Difesa Pete Hegseth in un’intervista recente. La Marina sta quindi puntando su sistemi di difesa a più livelli e nuove tattiche per proteggere queste navi chiave, soprattutto nell’Indo-Pacifico, dove la Cina ha sviluppato capacità A2/AD (Anti-Access/Area Denial) che complicano le operazioni americane.
Meno navi, cantieri intasati: la crisi industriale
Oggi la US Navy ha meno unità operative rispetto al periodo della Guerra Fredda, mentre gli impegni restano gli stessi. I ritardi nelle manutenzioni sono diventati una costante: molti vascelli restano fermi per anni nei cantieri, bloccati da arretrati e mancanza di personale specializzato. “La pressione sulle nostre squadre è enorme, i turni si allungano e la fatica si sente”, racconta un tecnico del cantiere di Norfolk. Intanto la capacità produttiva americana fatica a stare al passo: meno cantieri aperti, meno manodopera qualificata. Un problema che si fa più grave se si guarda alla Cina, dove i tempi di produzione sono più rapidi e il confine tra industria civile e militare è molto meno netto.
La strategia da rimettere in carreggiata: meno progetti ‘speciali’, più navi ‘normali’
Gli Stati Uniti hanno ancora la flotta più avanzata al mondo, sia per qualità sia per esperienza degli equipaggi. Ma in Asia-Pacifico la superiorità numerica sta passando a Pechino. Così la strategia americana punta su alleanze più strette, forze distribuite e operazioni congiunte. “Non siamo in crisi, ma dobbiamo evitare l’indecisione e i progetti troppo complicati”, sottolinea Kass. Il futuro della Marina passa da una maggiore disciplina negli acquisti: meno ‘colpi di genio’ tecnologici, più costruzioni standardizzate e sostenibili.
In questa fase di transizione la sfida è riallineare strategia, budget e capacità industriale per mantenere il vantaggio marittimo americano nei prossimi decenni. Una partita che si gioca non solo nei mari del Pacifico, ma anche nei cantieri della Virginia e nei laboratori della Silicon Valley.