L’assenza dell’Italia nel trattato sull’alto mare: un’opportunità perduta?

Roma, 9 febbraio 2026 – È entrato in vigore il 17 gennaio scorso il Trattato Onu sull’Alto Mare, noto come “Agreement on Biodiversity Beyond National Jurisdiction” (BBNJ). Un passo decisivo per la tutela della biodiversità marina nelle acque internazionali. L’accordo riguarda circa il 60% dei mari del pianeta — ovvero due terzi degli oceani, quelle aree che non appartengono a nessuno Stato — e ora è vincolante per gli 81 Paesi che hanno completato la ratifica. Ma tra le grandi potenze mondiali, molte sono ancora fuori dal gioco.

Acque senza padrone, ma ora con regole chiare

Il cuore del trattato BBNJ è mettere ordine nella gestione della biodiversità nelle acque extraterritoriali. Fino a oggi, la mancanza di regole uniche e di un’autorità centrale ha lasciato spazio a comportamenti poco trasparenti e spesso dannosi. Le Nazioni Unite ricordano che queste aree ospitano una fetta importante della vita marina mondiale e sono vitali per l’equilibrio degli ecosistemi oceanici. “Ci voleva davvero una svolta nella gestione globale degli oceani”, ha detto Maria Damanaki, ex commissaria europea per gli Affari marittimi, commentando l’importanza dell’accordo.

Le grandi potenze ancora ai margini

Nonostante l’entrata in vigore, il BBNJ non ha ancora il coinvolgimento di tutti i protagonisti chiave. Stati Uniti, Cina, Russia, Giappone, Regno Unito, Germania e Italia non hanno ratificato il trattato. Questo significa che, almeno per ora, non parteciperanno alle decisioni previste dall’accordo. Un problema non da poco, visto il ruolo di queste nazioni nelle attività di ricerca e nell’uso delle risorse marine. “Senza l’impegno delle principali economie, la protezione degli oceani resta a metà strada”, ha ammesso un funzionario Onu coinvolto nei negoziati.

Le novità del trattato

Il testo del BBNJ introduce alcune misure importanti: la creazione di nuove aree marine protette in alto mare, l’obbligo di valutare l’impatto ambientale per le attività industriali e scientifiche, e la condivisione dei benefici che arrivano dalle risorse genetiche marine. Tutto questo per mettere un freno allo sfruttamento senza regole e per promuovere una gestione più giusta e sostenibile. Chi ha promosso l’accordo sottolinea che finalmente c’è un quadro legale comune, a differenza di prima, quando le regole erano spesso confuse o ignorate.

Reazioni a macchia di leopardo

Nei Paesi che hanno già detto sì al trattato, le reazioni sono positive. “È un segnale forte per la tutela degli oceani”, ha commentato Christophe Béchu, ministro dell’Ambiente francese. Al contrario, in quei governi che ancora non hanno aderito prevale la prudenza. Fonti diplomatiche italiane spiegano che “si stanno ancora valutando aspetti tecnici per capire se il trattato è compatibile con le leggi nazionali ed europee”. Negli Stati Uniti, il Dipartimento di Stato ha fatto sapere che “la questione è al vaglio del Congresso”.

Una svolta per la gestione globale degli oceani

L’entrata in vigore del BBNJ segna comunque un precedente importante nella gestione delle risorse comuni del pianeta. Per la prima volta, una vasta porzione di oceano è sottoposta a regole condivise e a un sistema di controllo internazionale. Gli esperti avvertono però che l’efficacia del trattato dipenderà molto dalla capacità di coinvolgere anche quei Paesi che ancora non hanno aderito. “Solo allora si potrà parlare davvero di una svolta nella protezione dell’alto mare”, ha detto Lisa Speer del Natural Resources Defense Council.

Il futuro del trattato: sfide e attese

Nei prossimi mesi, i Paesi firmatari dovranno mettere a punto i dettagli operativi: dalla mappatura delle aree protette ai sistemi di controllo e sanzione. Restano aperte questioni delicate, come la gestione delle risorse genetiche e il finanziamento delle attività di sorveglianza. Nel frattempo, le associazioni ambientaliste chiedono uno sforzo maggiore per convincere anche le grandi potenze a unirsi all’accordo. La partita per salvare gli oceani è appena cominciata.

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