Parigi, 16 dicembre 2025 – Michel Desjoyeaux, 44 anni, bretone di Concarneau, ha inciso il suo nome nella storia della vela oceanica vincendo per la seconda volta la Vendée Globe nel febbraio 2009. Un’impresa che lo mette tra i grandi navigatori solitari, protagonisti di una delle regate più dure e imprevedibili al mondo. Dietro il successo, c’è una vita passata tra le onde dell’Atlantico e una famiglia che è il suo vero punto di riferimento.
Dal profondo della Bretagna al giro del mondo
Nato nel cuore della Bretagna, terra di marinai e tempeste, Desjoyeaux cresce con il mare nel sangue. Suo padre Henri, cofondatore della scuola di vela Glénans, lo porta presto a bordo: più tempo sulle derive che sui banchi di scuola. “La barca era la mia seconda casa”, raccontava spesso Michel agli amici del porto di La Forêt-Fouesnant. A vent’anni fa il grande salto: entra nell’equipaggio di Eric Tabarly, leggenda della vela francese, e partecipa alla Whitbread, il giro del mondo in equipaggio. Un primo banco di prova duro, tra onde immense e notti insonni.
La carriera solitaria e i trionfi internazionali
Il vero battesimo arriva nel 2001: Desjoyeaux vince la sua prima Vendée Globe, completando il giro del mondo in solitario in 93 giorni e 3 ore. Da quel momento la sua carriera prende il volo. Nel 2002 si aggiudica la Route du Rhum, nel 2004 l’Ostar. Intanto, colleziona successi nella Solitaire du Figaro e nella Jacques Vabre. “Non regata per piacere alla gente, regata per vincere”, dice il suo manager Eric Coquerel. La sua fama cresce anche per l’approccio tecnico: meticoloso nella preparazione, innovatore (sua l’idea della chiglia basculante nei Mini), capace di leggere il meteo come pochi altri.
La forza della famiglia e delle radici bretoni
Dietro ogni impresa c’è la famiglia. La moglie Régine e i tre figli – Adrien, Jeremie e Tristan – seguono ogni traversata attraverso il mappamondo di casa. “Quando penso a lei, penso a Michel, e viceversa”, racconta l’amico Damien Grimont. Il padre Henri resta un punto fermo: negli anni Cinquanta apre a Port La Forêt il primo cantiere navale della regione, dove Michel muove i primi passi tra scafi e vele. I fratelli Hubert e Bertrand guidano il cantiere Cdk, dove nascono le barche dei suoi successi: dal PRB della prima Vendée al Foncia dell’ultima impresa.
La scuola dei grandi navigatori
La Forêt-Fouesnant non è solo casa: è la “vallée des Fous”, la valle dei matti del mare. Qui Desjoyeaux si confronta con nomi come Le Cam, Jourdain, Guillemot, Nélias. “Se riesci a metterti il mare in tasca qui, sei pronto per tutto”, dicono i locali. Il bar La Hune diventa il quartier generale: tra un bicchiere di vino e una risata, si scambiano storie di tempeste e strategie. Michel non è solo un campione, è parte di una comunità che festeggia ogni suo traguardo scendendo in piazza.
L’impresa da record del 2009
La Vendée Globe 2008-2009 parte il 9 novembre da Les Sables d’Olonne. Dopo un inizio difficile – un guasto elettrico lo costringe a tornare indietro – Desjoyeaux riparte con oltre 450 miglia di ritardo sul leader Jean-Pierre Dick. Sembra fuori gara. E invece, notte dopo notte, recupera terreno. Il 16 dicembre cambia tutto: incidenti e guasti eliminano alcuni favoriti, lui prende la testa della corsa nell’Oceano Indiano. Da quel momento non la molla più. All’arrivo, il 1° febbraio 2009, chiude in 84 giorni 3 ore 9 minuti e 8 secondi, migliorando di oltre tre giorni il record precedente.
Un uomo prima che un campione
“È nel cuore della gente”, dicono di lui quelli che lo conoscono bene. Desjoyeaux non ama i riflettori: preferisce raccontare la sua traversata nella baia di casa piuttosto che parlare delle vittorie oceaniche. Semplicità, sobrietà, umiltà: sono queste le sue doti, che lo rendono vicino anche a chi non conosce il mare. Tra i suoi modelli cita Fellini, Tintin, Doisneau, Bernard Tapie e persino il Papa. “Non è un eremita nella torre d’avorio”, sottolineano gli amici del Pole Finistère Course au Large.
La solitudine dell’oceano e la forza dei legami
Navigare da soli significa affrontare tempeste e guasti – come quelli che hanno fermato Mike Golding o Yann Eliés nella stessa edizione della Vendée – ma anche saper tornare a casa. “Un navigatore deve sempre avere un faro che gli indica la via”, diceva Simone Bianchetti. Per Desjoyeaux quel faro sono le persone che lo aspettano a terra. Forse è proprio questa luce a farlo sentire meno solo nei momenti più difficili in mezzo all’oceano.
Michel Desjoyeaux, oggi come allora, resta un punto fermo per chi sogna il mare aperto: un uomo che ha trasformato la passione in mestiere e la solitudine in una forza condivisa.