Genova, 24 novembre 2025 – L’economia blu italiana è uno di quei mondi che spesso sfuggono agli occhi, eppure reggono gran parte della nostra economia. Tra cantieri navali, porti chiave e superyacht di lusso, questo settore è più che mai un pilastro nascosto del nostro sistema produttivo. In un Paese che vive di Mediterraneo, la filiera del mare – dal commercio internazionale alla nautica di prestigio, dalla costruzione navale alla gestione portuale – racconta una storia fatta di eccellenza, sfide e cambiamenti. Eppure, come confessano gli stessi imprenditori, la “blue economy” resta spesso lontana dal dibattito politico e dall’attenzione pubblica.
Il mare che racconta l’Italia che produce
“Chi entra nel mondo della nautica, non ne esce più”, dice con un sorriso Massimo Perotti, presidente di Sanlorenzo, mentre guarda dal molo di La Spezia uno degli ultimi superyacht Explorer, lungo più di 45 metri, un concentrato di tecnologia e stile. La sua azienda, nata nel 2005 da un piccolo laboratorio artigianale, oggi sfiora il miliardo di fatturato e dà lavoro a 1.600 persone. “Abbiamo una tecnologia di alto livello, ma la nostra forza è la flessibilità”, spiega Perotti, sottolineando che è la cura artigianale e la personalizzazione a fare davvero la differenza del made in Italy.
Sanlorenzo è solo un esempio di un settore dove l’Italia è protagonista a livello mondiale: secondo il XIII Rapporto Nazionale del Centro Studi Tagliacarne e Unioncamere, nel 2023 la blue economy italiana contava più di 232mila imprese e oltre un milione di addetti, con un valore diretto di 76,6 miliardi di euro. Se si aggiunge l’indotto, si arriva a 216,7 miliardi, pari all’11,3% del PIL nazionale.
Porti e rotte: il cuore pulsante della logistica
Il mare è sempre più indispensabile per il commercio italiano. Anche se il trasporto su strada resta in cima per valore (49%), negli ultimi vent’anni il traffico via mare ha raggiunto quasi il 40%. Porti come Gioia Tauro – oggi primo scalo italiano per container grazie ai fondali profondi e agli investimenti del gruppo MSC – sono diventati snodi fondamentali tra Asia ed Europa. “La chiave sta nelle infrastrutture”, dice Perotti, ricordando che la forza dei porti italiani dipende molto da collegamenti ferroviari e stradali efficienti.
A Genova, ad esempio, si sta costruendo una nuova diga per ospitare le mega-navi, mentre Trieste vuole sfidare Rotterdam e Amburgo come porta verso il Nord Europa. Ma i ritardi e la frammentazione delle competenze frenano questo salto in avanti.
Dai giganti della cantieristica ai piccoli gioielli su misura
L’Italia spicca sia nella costruzione di grandi navi – con Fincantieri che guida il settore in Occidente con oltre 23mila dipendenti – sia nella produzione di yacht di lusso. Sanlorenzo e Azimut portano quasi metà degli yacht venduti nel mondo. “Produciamo solo 70 barche all’anno: la rarità è un valore”, racconta Perotti, paragonando la sua azienda a una boutique esclusiva.
Dietro c’è una rete fitta di fornitori, spesso piccole e medie imprese specializzate. “Si dimentica troppo spesso il lavoro di operai, artigiani, architetti e ingegneri”, osserva Perotti. Questo settore non è solo lusso: è anche lavoro qualificato e innovazione.
La svolta green è già iniziata
La strada verso una nautica sostenibile è aperta. Nel 2024 Sanlorenzo ha varato il primo yacht da 50 metri con celle a combustibile a metanolo verde, sviluppate con Siemens Energy: “Produce 100 kilowatt di energia elettrica, e il resto è vapore che torna pulito in mare”, spiega Perotti. Anche i traghetti Grimaldi sulla rotta Civitavecchia-Porto Torres-Barcellona ora restano a zero emissioni in porto grazie alle batterie al litio.
Il contributo della blue economy alle emissioni di CO2 resta basso (3% del totale), ma la spinta a innovare è forte. “La richiesta di sostenibilità arriva soprattutto dai giovani”, ammette Perotti. Però le infrastrutture per i nuovi carburanti sono ancora scarse e i progetti più avanzati rischiano di rallentare per mancanza di soldi pubblici.
Un settore che reclama attenzione
Dietro ai successi della blue economy ci sono anche problemi strutturali: manca una politica industriale chiara, le infrastrutture vanno a rilento, e il settore fatica a farsi sentire. “Non voglio favori o aiuti, ma attenzione e una strategia vera”, ribadisce Perotti. Il rischio è che l’Italia perda terreno proprio mentre la concorrenza globale – dalla Cina agli Stati Uniti – si fa più agguerrita.
Nel riflesso del mare si leggono le sfide che ci aspettano: innovazione, sostenibilità, integrazione logistica. Gli imprenditori italiani stanno già facendo la loro parte. Ora tocca alle istituzioni prendere il timone e navigare con decisione in questo mare pieno di opportunità, ma anche di incognite.