Genova, 11 novembre 2025 – Questa mattina, dai fondali al largo del porto di Genova è emersa una rete fantasma che pesa più di una tonnellata. L’operazione subacquea, durata dieci giorni, è stata una delle più difficili mai affrontate nel Mar Ligure. Diciassette subacquei del Centro e del Nucleo Subacquei dei Carabinieri, con il supporto degli esperti del WWF Italia e del personale di AMIU Genova (attraverso la società Ge.AM), hanno lavorato senza sosta per liberare la vecchia piattaforma petrolifera da questa trappola invisibile, che metteva a rischio la fauna marina.
Maxi rete fantasma recuperata: così è andata l’operazione
La rete, stimata intorno ai 1.100 chili, era incastrata tra i 4 e i 45 metri di profondità, aggrovigliata alla struttura metallica di una piattaforma petrolifera dismessa. Dentro la rete i subacquei hanno trovato resti di pesci e coralli: la prova che queste reti abbandonate – le cosiddette ghost gear – continuano a catturare animali anche dopo anni. “La visibilità era scarsa, le correnti cambiavano continuamente. Per sollevare la rete in sicurezza abbiamo dovuto tagliarla in più pezzi”, ha raccontato uno dei sub, spiegando le difficoltà incontrate.
Pezzo dopo pezzo, la rete è stata issata a bordo delle motovedette che hanno seguito da vicino le operazioni. Solo dopo ore di lavoro sott’acqua, il materiale è arrivato a terra ed è stato consegnato agli operatori di AMIU Genova.
Cosa succede alla rete: energia e sostenibilità
Una volta a terra, la rete fantasma è passata nelle mani di AMIU Genova, che la tratterà tramite il recupero energetico. “Prendersi cura di quello che si recupera in mare chiude davvero il cerchio di un’economia sostenibile”, ha detto Tiziana Merlino, dirigente per la Transizione Digitale ed Ecologica di AMIU. Per lei, questi interventi non sono solo gesti simbolici. “Hanno un impatto concreto sulla salute del mare”. Il materiale raccolto, spesso contaminato e non riciclabile con i metodi tradizionali, verrà trasformato in energia, evitando ulteriori danni all’ambiente.
Ghost gear, la minaccia silenziosa del Mediterraneo
Le ghost gear – reti e attrezzi da pesca abbandonati o persi in mare – sono oggi una delle minacce più serie per gli ecosistemi marini. Continuano a pescare da sole, si rompono lentamente trasformandosi in microplastiche e mettono in pericolo specie protette e habitat fragili. Secondo il WWF Italia, ogni anno tonnellate di questi rifiuti finiscono nei nostri mari, con conseguenze pesanti sulla biodiversità e sulle attività di pesca.
Il progetto WWF Ghost Gear, sostenuto dalla Fondazione Segre, ha l’obiettivo di mappare, recuperare e prevenire la diffusione di questi attrezzi. “Coinvolgiamo pescatori, comunità locali e operatori del mare in Italia e Croazia”, spiega un portavoce del WWF. Lo scopo è doppio: ridurre i danni all’ambiente e far capire a chi vive di mare quanto sia importante gestire con responsabilità gli attrezzi da pesca.
Un modello di collaborazione
L’operazione conclusa oggi a Genova, con il recupero di questa maxi rete fantasma, è un esempio concreto di lavoro di squadra tra enti pubblici, associazioni ambientaliste e aziende locali. “Non è la prima volta che affrontiamo situazioni simili”, ha detto uno dei responsabili del Nucleo Subacquei dei Carabinieri. Ma la portata dell’intervento e le condizioni difficili hanno richiesto uno sforzo senza precedenti.
Secondo le prime stime, solo nel tratto tra Genova e Savona potrebbero esserci ancora decine di reti abbandonate. Un problema che chiede attenzione costante e risorse. “Il mare restituisce quello che gli lasciamo”, ha confidato uno dei subacquei al termine del lavoro. E questa volta, almeno per una tonnellata di plastica e metallo, il cerchio si è chiuso davvero.