Serbia: una folla commossa ricorda le vittime di Novi Sad

Belgrado, 1 novembre 2025 – Migliaia di giovani e cittadini serbi sono tornati a riempire le strade di Novi Sad nella notte tra venerdì e sabato. Era il primo anniversario del crollo della pensilina della stazione ferroviaria, un dramma del 31 ottobre 2024 che ha spezzato la vita di 16 persone. La manifestazione è partita già nel primo pomeriggio e ha coinvolto di tutto: studenti, famiglie, lavoratori, tutti uniti nel ricordo delle vittime e nella richiesta di giustizia.

Novi Sad, un anno dopo la tragedia

Davanti alla stazione ferroviaria di Novi Sad, il luogo dove tutto è successo, si è radunata una folla silenziosa. Alle 11:52, l’ora precisa del crollo, sono stati osservati 16 minuti di silenzio. Tra candele e corone di fiori, i nomi delle vittime sono stati pronunciati uno dopo l’altro. “Il silenzio era totale, quasi surreale”, ha raccontato in diretta Brigitte Latella, inviata RSI, sottolineando quanto fosse intenso il momento. Poi è iniziata la cerimonia: discorsi pubblici, la proiezione di un documentario e un coro che ha cantato per le vittime hanno scandito il pomeriggio.

Secondo gli organizzatori, da tutta la Serbia sarebbero arrivate a Novi Sad decine di migliaia di persone. Le strade intorno alla stazione sono rimaste presidiate fino a tardi. In molti hanno portato cartelli e striscioni contro la corruzione e il nepotismo che, dicono, hanno causato questa tragedia.

Corruzione e colpe: la rabbia della piazza

Per chi ha partecipato alla manifestazione, la colpa è nella gestione degli appalti pubblici. In particolare, nel modo in cui governo serbo e aziende cinesi hanno lavorato ai progetti di rinnovamento ferroviario. “La pensilina era stata inaugurata da poche settimane”, ricorda Marko Petrovic, studente universitario. “Tutti sapevano che i lavori erano stati fatti in fretta e male”.

Le indagini hanno portato a incriminare 13 persone, ma nessuno è stato ancora condannato. Questo alimenta la sfiducia nelle istituzioni. “Non crediamo più alle promesse”, dice Ana Milosevic, giovane manifestante. “Vogliamo che chi ha sbagliato paghi davvero”.

Dodici mesi di proteste e scontri

Da quel giorno, la Serbia è stata scossa da proteste continue. I giovani sono stati in prima linea, seguiti da cittadini di ogni età. Le manifestazioni sono state in gran parte pacifiche, ma non sono mancati momenti di tensione: scontri con la polizia, alcuni arresti e accuse reciproche tra manifestanti e governo.

Il presidente Aleksandar Vucic, che nei mesi scorsi aveva accusato i giovani di essere “pagati dall’estero” e minacciato arresti di massa, ha cambiato tono nelle ultime ore. Ieri ha partecipato a una funzione religiosa a Belgrado per ricordare le vittime e ha lanciato un appello al dialogo. Ma molti restano scettici sulla reale volontà del governo di aprirsi.

Dall’Europa un segnale, ma la sfida resta

Questa mattina la commissaria europea per l’allargamento, Marta Kos, ha sottolineato come la tragedia di Novi Sad stia “cambiando la Serbia”. Un messaggio che risuona anche nella società civile. “Non ci fermeremo finché non ci sarà giustizia”, ha ribadito uno degli organizzatori della marcia.

Il governo serbo ha proclamato una giornata di lutto nazionale, osservata anche nella Republika Srpska. Ma per molti cittadini il lutto non basta: chiedono chiarezza sulle responsabilità e riforme concrete per evitare altre tragedie.

Novi Sad resta il cuore pulsante della protesta. Le candele accese davanti alla stazione – tra i binari ancora segnati dai fiori – raccontano una ferita ancora aperta. E una generazione che non vuole essere più ignorata.

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