Washington, 18 febbraio 2026 – Da metà novembre, la portaerei Gerald R. Ford pattuglia il Mar dei Caraibi, un’area diventata il cuore della strategia navale americana in quella zona. La scelta non è casuale: arriva dopo il blitz di inizio gennaio a Caracas, dove è stato catturato l’ex presidente venezuelano Nicolás Maduro. Partita a giugno dalla base di Norfolk, Virginia, la nave ha visto la sua missione allungarsi, includendo adesso anche un trasferimento verso il Medio Oriente. Un cambio di rotta che rispecchia le nuove tensioni e le esigenze strategiche degli Stati Uniti.
Gerald R. Ford punta al Medio Oriente: cosa c’è dietro
Il trasferimento della Gerald R. Ford nel cuore del Medio Oriente arriva proprio mentre in Iran si stanno reprimendo duramente le proteste. È un segnale forte, inserito nel più ampio scontro geopolitico tra Washington e Teheran. Dal Dipartimento della Difesa spiegano che la presenza della portaerei serve a “garantire deterrenza e prontezza operativa”, in un momento in cui i negoziati diplomatici vanno avanti ma la tensione resta alta.
Non è un caso isolato. Negli ultimi mesi, gli Stati Uniti hanno rafforzato la loro presenza militare in varie aree calde, dal Mediterraneo orientale al Golfo Persico. Per gli esperti, questa mossa è una risposta diretta sia alle tensioni interne in Iran sia agli sviluppi tra le potenze regionali.
Un record in mare che si avvicina
Se la Gerald R. Ford rimarrà in azione fino a metà aprile, batterà il record post-Vietnam di 294 giorni consecutivi in missione, stabilito dalla USS Abraham Lincoln nel 2020. Un dato che, secondo la U.S. Navy, racconta molto sull’intensità degli impegni richiesti alle forze navali americane. E se la missione dovesse proseguire fino a maggio, si avvicinerebbe ai lunghi dispiegamenti di oltre 300 giorni tipici dell’era della guerra in Vietnam.
Va chiarito che, come sottolineato da USNI News, questi numeri considerano solo le missioni operative legate a compiti reali, escludendo esercitazioni e allenamenti. Nel 2020, per esempio, la USS Nimitz rimase quasi un anno in mare a causa delle restrizioni legate al Covid-19, ma quella permanenza non è stata conteggiata allo stesso modo.
Pressioni sulle spalle della flotta
L’allungamento della missione della Gerald R. Ford mette in evidenza le difficoltà che arrivano con impegni così lunghi e globali. “Le portaerei devono essere sempre presenti nelle aree chiave”, ha detto un ufficiale della Marina americana, “ma questo pesa molto su equipaggi e mezzi”. Per il Pentagono, mantenere una presenza forte e flessibile resta una priorità, soprattutto in un momento con crisi che si accumulano su più fronti.
Non è la prima volta che gli Stati Uniti hanno due portaerei nel Medio Oriente. L’ultima volta è stata l’estate scorsa, quando la USS Nimitz e la USS Carl Vinson hanno operato insieme nel Mar Arabico, dopo i raid contro siti nucleari iraniani. Avere ora la Ford e la Lincoln attive nello stesso teatro conferma quanto Washington tenga alla sicurezza della regione.
Il messaggio di Washington e cosa potrebbe succedere
Gli esperti leggono la lunga presenza della Gerald R. Ford nel Medio Oriente come un chiaro messaggio ai paesi della zona: gli Stati Uniti vogliono restare protagonisti negli equilibri delicati di quell’area. “Non possiamo lasciare spazi vuoti di potere”, ha detto una fonte diplomatica americana, “soprattutto mentre l’Iran vive un momento interno così turbolento”.
Rimane da vedere se la missione della Ford sarà allungata ancora o se, nelle prossime settimane, sarà sostituita da altre unità. Intanto, la nave resta uno degli strumenti principali con cui gli Stati Uniti proiettano la loro forza navale, in un gioco di equilibri sempre più complesso.